Caso Boschi, il banchiere Ghizzoni tace. Ma il suo silenzio non è d’oro

Un silenzio che pesa come un macigno, quello di Federico Ghizzoni, l’ad di Unicredit, su cui avrebbe esercitato pressioni  l’allora ministro Maria Elena Boschi affinché salvasse dal crac Banca Etruria, l’istituto di credito di cui il padre era era vicepresidente. A scrivere di queste interferenze, del tutto inusuali da parte di un membro del governo, è stato Ferruccio De Bortoli, già direttore del Corriere della Sera, nel suo ultimo libro Poteri forti (o quasi). Ne sono seguite polemiche roventi, con De Bortoli che confermava, la Boschi che negava minacciando querele e con Ghizzoni che… taceva. Un silenzio tombale (persino il suo cellulare non dà segni di vita) del tutto irreale per un banchiere dalle innumerevoli relazioni e crocevia di contatti e di affari decisamente importanti. Ma tant’è: da quando il contenuto del libro è stato anticipato alle agenzie di stampa, Ghizzoni si è volatilizzato. Secondo Repubblica pare che sia trattenuto in Svizzera, a Zurigo, da impegni inderogabili. Sarà. Ma se l’imbarazzo dell’uomo è comprensibile, quello del banchiere lo è un po’ meno. Se ha ricevuto pressioni politiche per fare qualcosa che andasse in una direzione contraria agli interessi dell’istituto che amministra allo scopo di soddisfare l’interesse (familiare) di un membro del governo, ha il dovere di riferirne. Soprattutto perché la Boschi ha solennemente comunicato al Parlamento – era il dicembre del 2015 – di non essere mai intervenuta in favore di Banca Etruria. Una clamorosa bugia, se è vero quel che scrive De Bortoli. O un clamoroso falso di quest’ultimo, se è vero quel che giura, e non da ora, la Boschi. Solo da Ghizzoni può arrivare il contributo determinante all’accertamento della verità. Visti gli interessi in gioco, considerata la caratura istituzionale e professionale delle personalità in campo, non può sottrarsi un minuto di più al suo dovere di cittadino. Del resto, non sempre il silenzio è d’oro. Neppure per un banchiere.