A 30 anni dalla morte, un mito di nome Almerigo Grilz: una vita in prima linea

«Algo se muere en el alma cuando un amigo se va»… Imparai questa canzone in Spagna, nei primi anni ’80, cantandola attorno al fuoco, con Almerigo Grilz e i giovani falangisti di allora. Quando lui se ne andò, troppo giovane, da questo mondo, scoprii come davvero muore qualcosa nell’anima di chi perde un amico, per molti di noi un fratello e un capo. 

Sono trent’anni che Almerigo dorme dall’altra parte del mondo, in Africa, sotto un albero secolare, come è riservato agli eroi. Era il 19 maggio 1987, quando morì in Mozambico, a 34 anni, riprendendo uno scontro a fuoco tra i ribelli anticomunisti della Renamo e i governativi del Frelimo. Fu il primo giornalista italiano del dopoguerra a cadere sul teatro di guerra. Il Sunday Times gli dedicò una pagina, i giornali italiani una colonnina.

Almerigo stava dalla parte sbagliata, era missino. Anche da morto, nella sua città, Trieste, trovò l’ostilità degli avversari di una vita, annidati qua e là, tra magistratura, politica, cultura. Per parecchi anni l’Ordine dei Giornalisti non volle inserire il suo nome nella lapide che ricorda i giornalisti caduti.A quella stupida ostilità il mondo della destra triestina, allora forte e unito, chiedeva di dare un segno. Da assessore alla cultura di Trieste, nel 2002, promossi l’intitolazione di una via a lui dedicata. Da allora chi entra in città dalla strada costiera incrocia, guardando il mare, Via Almerigo Grilz. Ed è un segno che resta. Poi è arrivata anche la riparazione tardiva dell’Ordine dei Giornalisti. 

Almerigo Grilz è stata una delle figure più belle della giovane destra italiana degli anni ’70. Animatore del Fronte della Gioventù di allora, conquistatore di scuole, piazze e università, artefice della rivolta di popolo contro il Trattato di Osimo che svendeva la Zona B dell’Istria alla Yugoslavia di Tito, capopopolo delle grandi battaglie a difesa dell’identità nazionale di Trieste e contro il comunismo. 

Almerigo insegnò soprattutto il coraggio e la coerenza, la caparbietà nel difendere oltre tutto e sopra a tutto, la dignità delle idee, della tradizioni, dell’identità italiana. Nella città che segnava il confine con la cortina di ferro cavalcò le battaglie di un nazionalismo moderno e di un anticomunismo intransigente. Non ebbe la fortuna di vedere cadere il Muro di Berlino, simbolo di un’Europa divisa, che lui sognava invece «libera, unita, indipendente, forte e armata»…

Coraggioso e idealista, portava con sé un carisma non comune, una volontà di ferro, una solida cultura politica. Diventò un sicuro punto di riferimento a livello nazionale ed uno dei capi indiscussi della giovane destra italiana. Consigliere comunale a Trieste nei primi anni 80, insofferente per la “vita comoda”, iniziò a spingersi sempre più lontano, inventandosi giornalista militante, per raccontare due grandi battaglie che lo affascinavano: la crociata dei cristiani del Libano e la Jihad anticomunista dell’Afghanistan. Poi fu un susseguirsi di paesi e di strade d’ogni angolo del mondo. Faceva il suo mestiere orgoglioso di essere italiano e giornalista libero: Iran, Birmania, Cambogia, Irlanda del nord, Angola, Filippine, Etiopia, Mozambico. Le sue cronache e le sue immagini fecero il giro del mondo e fu esempio e maestro per tanti che lo seguirono nella professione. Per noi e per la destra italiana, rimane un giovane mito che scavalca i confini del tempo.

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