Terrorismo, è quel “cuore di tenebra” del Caucaso che preoccupa la Russia

L’Uzbekistan e il Kirghizistan, soprattutto il sud, la regione di Osh da cui proviene il presunto attentatore di San Pietroburgo, sono i Paesi che da tempo preoccupano di più Mosca, oltre a Tagikistan, Kazakhstan e Turkmenistan, dove solo fra il 2012 e il 2014 tra duemila e quattromila persone hanno voltato le spalle allo stato laico per scegliere l’integralismo religioso (dati International Crisis Group). C’è poi lo Stato russo del Daghestan, dove l’incrocio fra criminalità organizzata e jihadismo wahabita tracimato dalla vicina Cecenia, con attentati su base quotidiana, è scemato negli ultimi anni solo grazie alla partenza di molti estremisti verso la Siria. È la Russia ad aver denunciato che sono settemila i foreign fighters provenienti dal blocco ex sovietico ad aver raggiunto le fila dell’Isis o di al Nusra in Siria, duemila dei quali russi, la maggior parte caucasici (fonti ufficiali della presidenza). Il processo di radicalizzazione dei cittadini dell’Asia centrale, a opera di estremisti provenienti dall’Asia centrale o ancora di più dal Nord del Caucaso, avviene a Mosca o in altre città della Russia. Il percorso di molti jihadisti di età compresa fra i 20 e i 30 anni originari dei paesi dell’Asia centrale inizia proprio con il viaggio in Russia, per impieghi stagionali. Ingresso legale (la Russia non ha mai introdotto visti di ingresso per i cittadini di Paesi ex sovietici), permanenza no. Il permesso di lavoro richiesto dal 2015 prevede esami medici, assicurazione sanitaria, il superamento di un esame di lingua, storia e legge russa. Impieghi in nero e in condizioni vicine alla schiavitù se non di schiavitù vera e propria (vale per il 20 per cento degli emigrati provenienti dal sud, una cifra pari a 600mila persone, stima l’ong Comitato per l’assistenza civica) nei mercati della città o nell’edilizia. Dove agli abusi dei datori di lavoro si aggiungono quelli della polizia e la generale ostilità della società e delle sue frange più estreme (come i tifosi del calcio) per gli immigrati.

In Russia è aumentata l’immigrazione dall’Asia centrale 

In coincidenza con il boom economico russo dopo il 2000, c’è stato un drastico aumento gli immigrati provenienti dall’Asia centrale, per poi diminuire con l’inizio della crisi economica. (a fine 2014 i migranti provenienti dall’Asia centrale erano 4,5 milioni, secondo i dati del servizio migrazioni russo, pari al 40 per cento degli stranieri residenti nel paese, l’anno successivo si parlava di 3,7 milioni), in tutta Mosca sono solo sei i centri in cui vengono offerti ai migranti, che oramai non parlano più il russo come i loro genitori, corsi di lingua russa). È in tale ambiente ostile e sotto tali pressioni che i migranti si uniscono fra loro e cercano protezione nel loro gruppo etnico o mischiandosi con altri clan dell’Asia centrale e del Caucaso, dove il collante diventa l’islam. “Le persone originarie dei paesi dell’Asia centrale cambiano identità lontani da casa per trovarne una che manda all’aria l’ordine sociale e familiare in Uzbekistan. Tagikistan e Kirghizistan. Molti di loro iniziano a praticare la religione proprio in Russia”, si legge in un recente studio dell’European Council on Foreign Relations firmato dagli analisti Marta Ter e Ryskelki Satke. Ed è in questi ambienti che i reclutatori originari del Caucaso del Nord operano con maggior successo. Nel novembre del 2014, il direttore dei servizi di sicurezza del Tagikistan aveva denunciato che la maggioranza dei tagiki reclutati fra le fila dei jihadisti in Siria erano stati indottrinati in Russia dove erano andati a lavorare. Era stata citata nuovamente citata la moschea di Mosca, quella sul Mira Proskekt, come centro di reclutamento. “Il reclutamento alla causa dell’estremismo avviene nelle moschee e nelle namazkhana (locali di preghiera, ndr) in tutta la regione. Internet e i social media hanno un ruolo importante ma non cruciale”, si legge in un articolo dell’International crisis Group da cui emergono le differenze del jihadismo della regione rispetto a quello europeo e che, già all’inizio del 2015, confermava, inascoltato, che il processo di radicalizzazione avveniva spesso all’estero, quindi in Russia, fra i migranti.