Si chiude la mostra sul Msi: ora facciamo conoscere a tutti quella storia

Più che un dibattito, una serie di testimonianze, di ricordi e di pensieri. Non tutti autoreferenziali, però. Da diversi interventi del convegno  che ha concluso la mostra della Fondazione An sui 70 anni del Msi, Nostalgia dell’avvenire, sono emersi spunti destinati ad essere ripresi. C’è stata l’idea, lanciata da Ignazio La Russa, di lavorare da subito a una nuova mostra, stavolta incentrata sugli anni Settanta, anni di lutti per la destra italiana ma anche anni fecondi, di discussioni e di iniziative destinate a lasciare il segno. C’è stata l’annotazione, da parte di Maurizio Gasparri, del ritorno d’attenzione per contenuti culturali che stanno a cuore all’area erede del Msi: dai libri di Longanesi che vengono ristampati al libro appena uscito sulla Rsi, L’Italia di Salò, di Mario Avagliano e Marco Palmieri fino all’ultimo studio di Giuseppe Parlato, dedicato alla scissione di Democrazia nazionale, La Fiamma dimezzata. Tutte iniziative che la Fondazione ha il dovere di guardare con attenzione. 

E non sono mancati appunti critici: Adalberto Baldoni si è chiesto come mai non sia stato possibile raccogliere in un unico archivio le memorie del Msi e della destra italiana. Un vero “delitto” culturale (“Altro che Montecarlo, questa è la vera vergogna…”) considerato anche che molti laureandi cercano materiale per le loro tesi e non sanno dove e a chi rivolgersi. Il tema della memoria da conservare e da far conoscere, dunque. Un dato sottolineato anche da Gianni Rossi, che nel suo intervento ha ricordato i primi anni della sua esperienza di giornalista di destra in Rai. Una memoria che non va musealizzata ma trasmessa. Quanti oggi parlano del Msi senza conoscerne davvero la storia? Tanti, troppi. 

Marcello Veneziani ha raccontato la genesi della mostra: “La mostra, così come la pensammo, era anche il desiderio di far ritrovare un po’ tutti in questa casa comune dalla quale si era partiti, il luogo insomma dove confrontare le opionioni diverse”. Un itinerario che non si conclude, una ripartenza. 

Il Msi è stato per tutti una palestra politica ma soprattutto una scuola di vita, come è emerso dalla testimonianza di Giorgio Bornacin: “La politica – ha detto – si faceva, o meglio si iniziava, con la colla e i manifesti, non c’erano il desiderio, l’ambizione di fare i ministri”. Ma il Msi è stato anche passione, una sensibilità cui tutti sentivano di appartenere. Uno “spettacolo bellissimo” di politica partecipata, come ebbe a dire Filippo Anfuso a un Nino Buttafuoco che assisteva allarmato a una rissa congressuale. La chiosa di Anfuso fu: “Guarda, non hanno nulla da spartirsi, ma si stanno spaccando la testa”. “Questo – ha conclsuo la Russa rievocando l’epiesodio – era il Movimento sociale italiano”.