Rosy Bindi lascia la politica. «L’uomo solo al comando non funziona»

L’uomo solo al comando non le garba. Rosy Bindi molla il Pd e la politica in contrasto con la deriva renziana che ha snaturato l’identità della sinistra e che non ha futuro. È una riflessione amara quella della presidente della commissione Antimafia, storica parlamentare (prima della Dc, poi del Pps e dal 2007 del Pd), che a «questa politica» preferisce i viaggi e gli studi di teologia.

Rosy Bindi: lascio, fare politica non è un mestiere

«La vita è più e meglio di ciò che facciamo, per quanto onorevole e gratificante. Vorrei dedicarmi agli studi, tornare al mio vecchio amore per la teologia. E poi viaggiare un po’», ha confidato al Fatto quotidiano annunciando di lasciare la politica a fine legislatura dopo 27 di “lavoro” nel Palazzo. Sessantasei anni, due volte ministro, a fine legislatura metterà fine al suo impegno. «Ogni cosa che ha inizio poi finisce. Ho lavorato in questo palazzo per ventitré anni, e prima ancora altri cinque a Strasburgo. La passione mi ha tenuta viva e integra. Fare politica non è un mestiere, ed è impossibile servirla senza quel fuoco che arde. Finita questa legislatura lascerò il campo». Una lunga carriera militante alle spalle, renziana della prima ora, la Bindi già da tempo si è tenuta ai margini dei dibattiti più accesi che hanno logorato il Pd. In molte occasioni unica voce di opposizione all’unanimismo prevalente nel partito, nell’intervista ripercorre le sue posizioni “eretiche”.

L’uomo solo al comando non funziona

«Per prima ho guardato con preoccupazione l’ascesa di Renzi  – racconta – si era al tempo della sua candidatura a sindaco di Firenze e già dissi la mia. Sono stata tra i pochi ad essere contraria alla decisione di Bersani di modificare lo statuto per permettergli di candidarsi alla presidenza del Consiglio. E infine sono stata chiara e limpida a sostenere che il referendum sulla Costituzione fosse incostituzionale. Non s’ era mai visto che lo promuovesse la maggioranza e addirittura il governo». Secondo la Bindi, l’ex segretario ha lasciato il Pd in pessime condizioni: «Ho lasciato una casa incompiuta e ora la ritrovo un po’ diroccata. Il Pd come si è visto non funziona se si trasforma in un carro al seguito dell’uomo solo al comando. Non era nato per stare tutto il tempo ad applaudire il leader ma per essere la sintesi di diverse culture: socialista, cattolica, ambientalista, liberale. Se riprende quella strada, forse avrà vita». Convinta che Emiliano e Orlando siano due candidature realmente alternative al segretario dimissionario, l’ex ministro della Famiglia confida la sua preferenza per il ministro della Giustizia. «I miei amici stanno con Orlando, e io mi sento naturalmente più vicina alla sua idea di governo plurale del partito».