Renzi, buona la prima: «Se perdo, vado via». Poi smentisce: «Non mollerò mai»

Meglio smentire, non si sa mai. È ancora troppo fresca la ferita inferta dal referendum per prodursi in annunci roboanti senza correre il rischio di essere preso sul serio e quindi di pagarne il conto. Anzi, se solo avesse potuto appunto, una smentita, Renzi, l’avrebbe fatta anche allora. Ma c’era la tv. La frittata era fatta. E così l’annuncio di lasciare la politica in caso di sconfitta restò scolpito nella memoria di milioni e milioni di italiani. Un impegno onorato a metà: via solo da Palazzo Chigi, ma non dal Pd.

Renzi a Panorama: «Frase mai pronunciata»

Con questo po’ po’ di antefatto è persino normale che dopo aver letto l’anticipazione dell’intervista resa a Panorama (domani in edicola) che gli attribuiva analogo annuncio («mi pare evidente che stavolta me ne andrò davvero») in caso di ulteriore sconfitta, abbia sentito il bisogno di affrettarsi a prendere le distanze dal virgolettato: «Con tutta l’amicizia per Andrea Marcenaro – ha premesso Renzi – , non ho mai detto ciò che Panorama ha riportato. Non l’ho detto e stavolta non l’ho nemmeno pensato. Gli ho spiegato a pranzo per un’ora perché non ho mollato e a questo punto non mollerò mai». E, a scanso di equivoci, ha chiesto a due fedelissimi come Michele Anzaldi e Matteo Richetti di chiudere a doppia mandata la questione con dichiarazioni inequivocabili. E i due non si sono fatti attendere più di tanto: le anticipazioni del settimanale, hanno scandito all’unisono, sono «un pesce d’aprile a scoppio ritardato».

E su Gentiloni: «Mi fido di lui»

L’incidente è chiuso. Resta però aperta la questione di quel che Renzi ha in testa di fare ora che si sentirà legittimato dalla (facile) riconquista del Pd. Sempre a Panorama ha detto di «fidarsi» di Gentiloni. Ma è chiaro che lo considera né più né meno di un cappello appoggiato su una sedia per tenerla libera. Tutto lascia pensare che ne vedremo delle belle. Con la differenza che questa volta non c’è neanche la promessa a togliere il disturbo in caso di sconfitta. C’è poco da stare allegri.