Musica e politica. Sì, ora possiamo dirlo: Mogol-Battisti erano dei nostri

Sì, la tentazione è forte. Decisamente. Del resto, se come insegna Agatha Christie, «un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi sono un prova», i testi di Mogol-Battisti vanno ben al di là di quella soglia dell’ogni ragionevole dubbio che la coscienza di ciascun giudice retto e imparziale deve necessariamente varcare prima di emettere un verdetto di condanna. E condanna sia, dunque, per Mogol-Battisti, il sodalizio artistico più a lungo sospettato di apostasia politica nell’Italia degli anni ’70, dove la rivoluzione comunista marciava più sulle note dei cantautori che sulle parole d’ordine scandite nei comizi di Berlinguer a piazza San Giovanni. Condanna inevitabile, del resto, avendo la mitica coppia disseminato nei propri testi, ormai leggendari, una serie infinita di allusioni, espressioni, riferimenti che a noi di questa innominata parte politica piaceva e tuttora, irresistibilmente, piace decifrare come la spia di un’adesione ideale tanto profonda quanto implicita, un ammiccamento in parole e musica, l’unico possibile in quella temperie, oltre il quale il sospetto si solidificava in prova, con tutto quel che questo avrebbe comportato in quegli anni di guerra civile a bassa intensità.

Ma ora che di acqua ne è scorsa sotto i ponti e che del sodalizio è rimasto solo Mogol, il paroliere, quei versi, per alcuni ambigui ma per noi solari, li vogliamo stendere come bucato immacolato e sbatterli in faccia ai nostri antichi avversari. Sì, è vero erano i nostri saluti romani quel «bosco di braccia tese» della Collina dei ciliegi, e si riferiva di sicuro al nostro simbolo quel «la fiamma è spenta o accesa» che nella Canzone del sole precedeva di poco l’invocazione «o mare nero, mare nero mare nero», dov’era il riferimento cromatico a farci esultare. E La luce dell’Est, dove la corsa di una ragazza verso l’amore e la libertà viene tragicamente interrotta da «un colpo di fucile», non racchiude forse la denuncia dei regimi illiberali dell’Oriente rosso e comunista? E non era forse ritagliato su misura del nostro preteso maschilismo quel «donna tu sei mia e quando dico mia, dico che non vai più via» o quel contadino che «al ritorno dalla campagna» voleva per prima cosa trovare «il piatto pronto da mangiare» salvo poi di notte gratificare la propria donna «avvolgendosi» fino al mattino «nella seta» della sua carne? La stessa altalena di dolcezza e ruvidezza che in altri anni aveva fatto dire a Sylvia Plath che «ogni donna adora un fascista, lo stivale in faccia e il cuore brutale di un bruto a te uguale». Già, lo stivale. Che richiama e rievoca quel «vecchio scarpone», titolo della canzone che si piazzò seconda al primo festival di Sanremo, quello del 1953. Un «vecchio scarpone» che a distanza di anni suscitava inconfessabili nostalgie («quanti ricordi fai rivivere tu») nell’alpino che lo aveva calzato. Quella canzone l’avevano scritta a quattro mani Pinchi e Calibi, pseudonimo di Mariano Rapetti, padre di Giulio Rapetti in arte Mogol. E qui il cerchio si chiude.