Moro, Gasparri: rimuovere gli ultimi segreti per capire la vera storia d’Italia

Per un osservatore esterno o straniero, la vicenda Moro potrebbe sembrare un argomento un po’ singolare. Perché ha praticamente quarant’anni.
Sono infatti appena trascorsi trentanove anni dall’anniversario, che è stato ricordato poche settimane fa, della strage di via Fani e del delitto di Moro, avvenuto all’inizio di maggio 1978.

Potrebbe, quindi, sembrare singolare e strano che,  dopo trentanove anni, il Senato discuta la relazione di una Commissione bicamerale d’inchiesta su Moro.
Evidentemente se abbiamo, anche unitariamente, condiviso e firmato una proposta di risoluzione condivisa, credo, da quasi tutti i gruppi parlamentari, vuol dire che si tratta di uno snodo cruciale della storia italiana.
E a me interessa partecipare a questa riflessione.

Non è quindi un dibattito bizzarro o solo storico, che pure già sarebbe importante. E non ci sarebbe nulla di male se le istituzioni, talvolta, si interrogassero sul passato.
Peraltro, quello di cui stiamo parlando è un passato recente, in termini storici. Perché quarant’anni sono tanti rispetto alla cronaca. Ma pochi rispetto alla Storia.
Ci si interroga su questa vicenda perché dietro ci sono tanti nodi non sciolti della storia italiana. E anche alcune verità che emergono e vengono, in qualche modo, minimizzate o occultate.

Non faccio parte della schiera dei dietrologi. E ho voluto far parte e seguire i lavori della Commissione bicamerale, compatibilmente con i lavori d’Aula, delle Commissioni ordinarie e delle altre bicamerali, perché, anche se qualcuno può non crederci, il lavoro parlamentare e politico è intenso, sia in Parlamento che nel Paese.

Ho quindi seguito la Commissione d’inchiesta sul caso Moro, che svolge un’attività intensa, in molte sue sedute. E ho voluto parteciparvi soprattutto per evitare che questa rinnovata Commissione alimentasse dietrologie scomposte che si sono prodotte in questi decenni.

Sul caso Moro sono stati e vengono tuttora pubblicati decine di volumi perché è un caso importante, un caso che, in termini politici , determinò un prima e un dopo. Perché la vicenda del terrorismo del dopoguerra delle Brigate Rosse ha trovato in quelle drammatiche giornate il suo apice. E perché anche la vita politica italiana ha risentito, nei suoi sviluppi successivi, di quella vicenda.

È stato un crinale nella storia della Repubblica. Ebbene, ho voluto partecipare soprattutto per contestare alcune ricostruzioni assurde. Ho anche avuto uno scontro molto vivace in una delle sedute della Commissione con un nostro ex-collega, il senatore Imposimato, ex-parlamentare ed ex-magistrato.
Non voglio qui alimentare la polemica, anche se lui non voleva rispondere alle mie domande.
In un libro, che ha avuto un successo quasi come un giallo, il senatore Imposimato racconta delle cose che non stanno né in cielo né in terra: in Italia, persone autorevoli scrivono ancora libri in cui c’è scritto, in sintesi, che al piano di sopra di uno dei covi dove Moro era detenuto, c’erano soldati italiani in collegamento con truppe internazionali, che si alternavano nel vigilare questo covo in attesa di intervenire
La rinnovata Commissione Moro ha confutato o non alimentato queste dietrologie. Ce ne sono state tante.

Ci sono stati anche film di tutti i tipi, alcuni molto belli: ad esempio, il film «Buongiorno, notte» di Bellocchio, che ha un finale letterario. In questo film Moro esce vivo dal covo. Ma è un’opera cinematografico-letteraria. E, quindi, c’è un’invenzione provocatoria di un regista che spesso tratta temi anche delicati.
Non sempre ho condiviso i film di Bellocchio, ad esempio quello sul caso di Eluana Englaro non ha suscitato la mia condivisione.
Tuttavia, un conto è un regista che fa un’opera (è come scrivere una poesia o un romanzo), un conto sono alcune ricostruzioni.
Sono voluto entrare a far parte della Commissione per evitare che diventasse un luogo, come spesso capita, dove si monta la panna. E questo non è avvenuto, perché non è stato voluto da nessuno dei colleghi. C’è qualcuno che ogni tanto se ne esce, per protagonismo, e sposa qualsiasi tesi. Ma ciò non appartiene a questo ramo del Parlamento.

Noi non dobbiamo raccontare agli italiani, quarant’anni dopo, invenzioni che chiamano in causa gli americani, il Mossad e l’Esercito italiano, che peraltro non si capisce perché non siano intervenuti e non abbiano impedito il delitto o, quando è avvenuto, non abbiano fatto qualcosa.
Sgombriamo il campo dalle menzogne. E restituiamo a questa tragedia italiana la sua genesi e la sua storia.

Io ero ventenne, quando avvenne la vicenda di via Fani, quindi la ricordo da militante politico e poi da giornalista.
«Mara, Renato e io» è il titolo di un libro, ripubblicato in varie edizioni, in cui Franceschini, il brigatista rosso fondatore delle Br assieme a Mara Cagol e Renato Curcio, racconta la nascita delle Brigate Rosse.
Il Partito Comunista Italiano prese con grande nettezza, quella decisione di non trattare, decisione che io, all’epoca, anche se non avevo ruoli politici significativi, condividevo, perché facevo parte di uno schieramento politico che riteneva che con il terrorismo – per carità – non andava fatto alcun negoziato, alcuna trattativa.

A Sinistra c’era un problema drammatico. Perché era stata la stessa sinistra che, fino a quel punto, sui suoi giornali aveva parlato delle «sedicenti» Brigate Rosse, dicendo che le brigate erano rosse di nome ma nere di fatto.
Una volta ho avuto una discussione con alcuni giornalisti e fui costretto ad andare in un’emeroteca a prendere le pagine de «l’Unità» (che adesso vive giornate difficili e solidarizzo con chi le vive).
Sto parlando de «l’Unità» e quindi non di giornali non rilevanti. E lo cito perché è sempre stato un giornale importante nella storia politica italiana: pubblicava titoli con «le sedicenti Brigate Rosse». Giorgio Bocca scrisse cose durissime: le brigate non sono rosse, sono nere.

Le prime vittime delle Brigate Rosse non furono gli agenti e i carabinieri della scorta di Moro e Aldo moro, ma furono Mazzola e Giralucci, due militanti del Movimento Sociale Italiano, che furono uccisi nel maggio del 1974 nella sede del Movimento Sociale Italiano dell’epoca di via Zabarella.
Ebbene, si arrivò al punto – e qui interviene anche una memoria diretta e personale – che per molti mesi si scrisse che si trattava di una faida interna ai missini, come lo si scrisse per la strage di Primavalle, una vicenda che riguarda Potere operaio non le Brigate Rosse.

Si disse che quei militanti litigavano e quindi, litigando, nelle sedi dell’Msi, si sparavano: in una mente distorta, un racconto del genere poteva anche essere alimentato. Poco dopo si scoprì che furono i primi uccisi dalle Brigate Rosse. Però era ancora l’epoca in cui si diceva che le vittime delle Brigate Rosse non erano state uccise dalle Brigate Rosse ma si uccidevano tra di loro. Era l’epoca in cui ci si chiedeva se le Brigate Rosse erano rosse o non lo erano, se erano dei fascisti travestiti, se erano la Cia, il Mossad o che altro.

Poi hanno cominciato a scrivere libri. Franceschini – quello delle Br – che non c’entra con il delitto Moro perché fu arrestato prima, ha il merito storico di aver raccontato la storia della genesi delle Brigate Rosse, che sta in quel libro intitolato «Mara, Renato e io».
Un libro in cui si racconta di un raduno sulle colline di Reggio Emilia con alcuni soggetti che avevano partecipato alla Guerra di liberazione e che facevano parte di quell’ala non soddisfatta dell’esito della guerra, con gli accordi di Jalta e l’Italia che doveva stare in un certo contesto internazionale.
Non ci fu la “seconda ondata” e Togliatti e altri dovettero, fin dalla svolta di Salerno, già durante la guerra, indirizzare la vita italiana su un’altra strada.
Ma alcuni erano pronti a proseguire. Sono state scritte pagine di storia drammatiche. Le scrisse Pisanò molti anni fa. E non ebbe grande audience. E le ha scritte Giampaolo Pansa nel libro «Il sangue dei vinti».
Le uccisioni proseguirono fino al 1946-1948. In alcune zone bastava essere il farmacista o il parroco per essere uccisi.
Poi quelle azioni furono fermate, come quelle della Volante rossa che a Milano provocò tragedie.
Ed era finita la guerra civile, finita la guerra, quindi eravamo in una situazione che era non ascrivibile al periodo drammatico della guerra civile nel quale – ahimè – alcune cose purtroppo accaddero, da una parte e dall’altra. Costoro diedero le pistole a Franceschini e ad altri dicendo loro di fare quello che a loro non era stato consentito di portare a termine.
È letteratura italiana.
Quando Franceschini è stato ascoltato dalla Commissione, ho voluto indagare su questo.

Poi sono emersi altri dettagli. Questa Commissione ha svolto indagini anche grazie alla tecnologia, che ha permesso di individuare la traiettoria dei proiettili e molto altro.
Si è pure investigato, qualche volta esagerando, su tutto il condominio di via Fani, per capire se tutti coloro che abitavano in via Fani e i loro parenti erano a posto, se il proprietario della pasticceria aveva lo zio del cugino del cognato che era della ‘Ndrangheta.
A volte si è rischiato di andare nel dettaglio: se si prende un’intera via di Roma, si troverà di tutto, se si va all’anagrafe.

Sicuramente le Brigate Rosse hanno avuto delle sponde. Se un terrorista deve procurarsi delle armi dove va a comprarle? Alla Rinascente o dai delinquenti? Quindi, sicuramente avranno trafficato con molti gruppi nazionali e internazionali e anche di criminalità comune.
Se uno fa il terrorista e compra le armi è più facile che abbia che fare con criminali che non con gentiluomini.

Fatta questa descrizione storica, la trattativa non ci fu perché – per alcuni pezzi della sinistra – quelli erano «i compagni che sbagliano», l’album di famiglia della Rossanda.
Poi ci fu una fase successiva, in cui la sinistra si interrogò: fossero questi nipoti o cugini di coloro che, in una certa fase, vissero quella storia?
Allora, il Partito Comunista stabilì una demarcazione. Anche Guido Rossa, poi, fu ucciso perché in una fabbrica, da sindacalista, fece da baluardo ad un’ondata di terrorismo.
Non voglio quindi dare nessuna colpa ad alcuno. Ma dato che stiamo parlando di una vicenda storica, tale vicenda va reinquadrata.

L’interesse della Commissione era dunque anche rimettere le cose a posto. Ed evitare i racconti di fantasia: gli americani, con la Nato, e i soldati che, al piano di sopra, ascoltavano le Brigate Rosse e sentivano le canzoni, pensando: li arrestiamo domani.
Basta con questa roba! Lo dico anche agli editori: non si deve censurare nulla, ma allora si pubblicassero i libri nella collana dei Gialli.
Anche Bellocchio ha girato un film che finisce con Moro vivo ma è, appunto, un’opera letteraria.
Noi siamo una Commissione d’inchiesta parlamentare e quindi dobbiamo anche mettere – diciamo così – delle certificazioni di qualità, sulle fanfaluche e sulle cose attendibili. Altrimenti, che ci stiamo a fare?

Un’altra questione è quella posta dal senatore Giovanardi.
Giovanardi, altri colleghi ed io, avvalendoci delle facoltà che l’appartenenza alla Commissione ci dà, abbiamo visionato della documentazione.
Ovviamente, da parlamentari, rispettiamo i limiti che ci vengono posti, a maggior ragione per chi, come noi, fa parte del Parlamento da tempo.
Io ho fatto parte del CoPaCo, come si chiamava allora. Conosco benissimo i vincoli a cui siamo chiamati.
Tuttavia è necessario rimuovere il segreto su alcuni documenti. E chiarire un altro dei capitoli non investigati.
Poi, se le Brigate Rosse, che non erano nere, hanno comprato una pistola da un appartenente alla ‘Ndrangheta o se qualcuno, cui Moro era antipatico, in America, non era così triste, sono conseguenze indirette.
Ma non si può sostenere che siano stati gli americani o la ‘Ndrangheta ad organizzare il sequestro, la strage della scorta e l’omicidio di Moro.

C’è poi tutto l’intreccio con il mondo palestinese. L’Italia, e questo si può dire senza violare segreti, ebbe, alcuni accordi.
Abbiamo goduto di una certa immunità perché ai tempi di Andreotti, di Moro e del colonnello Giovannone, che stava in Libano, si facevano accordi per evitare problemi.
È un po’ la situazione di oggi. Sento dire che noi siamo immuni da attentati, in questa fase di fondamentalismo, perché i Servizi di sicurezza sono efficienti.
Però ricordo che il terrorista che fece l’attentato al Bataclan di Parigi, ha attraversato tutta l’Italia.
Prese – lo ricordate? – il traghetto a Brindisi, e andò nello Stato islamico. Poi è tornato qui. Ed ha risalito tutta la penisola fino alla Francia. Può darsi che sia sfuggito. Non credo che siamo in una fase, come negli anni Settanta, in cui si diceva: basta che non colpite qui, noi non vi diamo fastidio.
Quella del colonnello Giovannone è una vicenda storica, che si colloca nell’ambito di una certa politica italiana.

Poi, qualche volta, i gruppi palestinesi – all’epoca non c’era lo Stato islamico, c’erano George Habash e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, che ancora esistono, peraltro – colpirono anche in Italia. Ci fu l’attentato alla sinagoga di Roma. Quindi si ruppe anche quella sorta di “patto”.

Negli anni Ottanta vengono arrestati alcuni palestinesi perché portavano armi alle Brigate Rosse. Vengono arrestati, processati e condannati. E lì nasce un problema.
I palestinesi si chiedono: ma come, c’era il patto. Abbiamo dato armi alle Brigate Rosse, però in Italia noi palestinesi avevamo una sorta di immunità. Perché hanno arrestato i nostri colleghi? E li hanno pure condannati!

Non so che patto ci fosse realmente. Certo non è che i Servizi segreti italiani potevano mandare a tutte le Procure della Repubblica e a tutti i Tribunali la copia del patto per dire che se si processavano palestinesi in Abruzzo, li si doveva assolvere.
Alla fine, la questione si collega anche alle minacce che l’Italia ha subìto, nel 1980, con Ustica e Bologna.
E anche di Ustica si parla molto, giustamente. Si fanno film. Come quello prodotto ultimamente, che aveva pretese di serietà ma che è discutibile, con ricostruzioni che fanno anche riferimento al Parlamento e ai parlamentari, da un regista, anche bravo in altri casi, che si chiama Martinelli.

Queste vicende dunque si ricollegano anche agli atti di terrorismo successivi come Ustica e Bologna. E anche se ci sono state, in alcuni casi, sentenze definitive, c’è un dibattito che prosegue sulla vera genesi di alcune stragi. Ci fu una qualche minaccia da parte di qualcuno verso l’Italia? L’Italia si era comportata male? Aveva violato il patto? Aveva arrestato e condannato quei palestinesi che davano le armi alle Br?
Gli scambi c’erano. La relazione lo documenta e lo ricorda. Sono fatti storici. Ci sono quindi altri aspetti, per i quali ci sono documenti che possono aiutare a capire di più.
E siccome è una documentazione di quarant’anni fa, credo si possa anche evitare – se si è membri di una Commissione di inchiesta – il vincolo di segreto. Credo la si possa acquisire. Poi, probabilmente, si dirà che non dimostra nulla, che non c’è nulla. Ma anche questo può servire a una Commissione.

Ecco perché ho fatto un po’ un quadro storico della nascita delle Br,di  come sono nate, della loro genesi e del dibattito a sinistra che hanno generato, perché ci fu la trattativa, perché bisognava rompere con quelle schiere che erano un po’ contigue, confinanti. E, quindi, chi era confinante doveva dimostrare estraneità e ostilità più di altri.

La Democrazia Cristiana dell’epoca trattò, per Cirillo, con la camorra, che fece da mediatrice nella vicenda del sequestro da parte delle Brigate Rosse.
Quindi è vero che si sono fatte trattative con soggetti ignobili.
Credo che Cutolo si interpose: era quindi un’Italia strana. In quel caso non si trattò per tante ragioni di natura politica. E sono d’accordo. Se fossi stato interpellato all’epoca – ripeto, ero giovane – avrei detto: «non si tratta con le Brigate Rosse». Quindi chi non trattò, secondo me, fece bene.
Tuttavia, quegli atteggiamenti sono legati ad una storia politica.

Cerchiamo di rimuovere il segreto su carte di quarant’anni fa per capire anche il rapporto con il terrorismo palestinese e le minacce che l’Italia ricevette. E se le stragi drammatiche che si sono verificate in Italia sono connesse o no a quelle minacce.
Io non ho certezze. Credo vada ascoltata la Commissione che chiede che si rimuovano questi segreti. Lo scopo di questa Commissione non è solo quello storico-letterario.
Peraltro, la ricostruzione storica fa anche parte dell’attività del Parlamento.
Ricostruire pezzi di storia d’Italia, acquisendo tutta la documentazione, servirà per la storia italiana stessa che si fa anche attraverso queste attività parlamentari.
Ma rimuovere quei vincoli di segretezza ci potrà aiutare anche a capire meglio alcune vicende che se pure avessero avuto – e non tutte l’hanno avuta – risposta in sede giudiziaria, potrebbero ancora nascondere diversi scenari.
I lavori della Commissione Moro possono servire anche a questo.