La parabola di Emiliano Zapata, ucciso come tutti i leader della Revoluciòn

Ricorre l’anniversario della morte del famoso guerrillero messico Emiliano Zapata Salazar, assassinato con l’inganno per ragioni politiche. Va sottolineato che non uno dei protagonisti della Revoluciòn messicana morì nel proprio letto: non Zapata né Pancho Villa, né i presidenti Francisco Madero o Venustiano Carranza, così come Alvaro Obregon. Immortalato da Marlon Brando nel film Viva Zapata di Elia Kazan del 1952, era nato nel 1879 nello Stato di Morelos, penultimo di dieci figli di una famiglia rovinata dalle ingiustizie del regime di Porfirio Diaz. All’età di 16 anni, rimasto orfano, si mise a lavorare la terra. Nel 1910, proseguendo la depauperazione dei contadini da parte del governo Zapata iniziò a occupare e distribuire la terra ai peones, diventando il capo indiscusso della rivoluzione del Sud. Nel 1911 lanciò il cosiddetto Piano di Ayala, in cui si accusava Madero di aver tradito la lotta dei contadini e si proponeva l’esproprio delle terre ai latifondisti. Zapata condusse una lunga guerra, prima contro Madero, poi contro il successore Victoriano Huerta, poi col nuovo presidente Venustiano Carranza.

Zapata e Villa riuscirono anche a occupare la capitale

Insieme con Pancho Villa, Zapata e le sue truppe contadine riuscì a entrare a Città del Messico, dove rifiutò di sedere sulla poltrona presidenziale, sostenendo che non combatteva per la poltrona ma per le terre. Nel 1915 tornò nello Stato di Morelos dove dette il via a un esperimento di democrazia diretta, la Comune di Morelos, in cui gli zapatisti redistribuirono le terre e promulgarono leggi per dare maggiori poteri ai pueblos. Inoltre, con la Comune di Morelos, per la prima volta nella storia del Paese, gli indigeni entrarono a far parte della vita politica messicana. Zapata era uno di loro, infatti parlava lo spagnolo e la lingua locale Nauhatl. La sua ley agraria fu confermata dalla Costituzione del 1917: prevedeva il diritto di sciopero e la giornata lavorativa di otto ore, vera rivoluzione per quei tempi e quel Paese. Per liberarsi di lui, il presidente Venustiano Carranza organizzò un complesso piano, giungendo a far fucilare dei soldati per convincere Zapata della fedeltà di un suo uomo, il colonnello Guajardo. Quest’ultimo il 12 aprile del 1919 invitò Zapata a una riunione assicurando che avrebbe disertato con i suoi uomini e sarebbe passato con lui. Ma quando Zapata arrivò all’Hacienda de San Juan, in Chinameca, i soldati di Guajardo lo crivellarono di colpi. Malgrado il fatto che il corpo del rivoluzionario fosse stato esposto pubblicamente, per molti anni nel Morelos si credette che Zapata fosse ancora vivo. A lui è attribuita la frase: “Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio”.