Fitch abbassa il rating dell’Italia e il governo va nel panico: «Pregiudizi»

Nuovo, pesante intervento delle agenzie di rating sull’Italia.  Fitch taglia ulteriormente a “BBB” la stima sulla tenuta tenuta economica del Paese. Un intervento pesante anche perché non si limita al dato economico ma si intromette nelle questioni politiche. «I rischi di governo debole o instabile sono aumentati – si legge in una nota – così come la possibilità di partiti populisti e euroscettici che influenzano la politica». E, aggiunge, «un populismo in crescita può sminuire l’appetito politico per la riforma, aumentare la pressione per lo svuotamento fiscale e pesare sul sentimento degli investitori».

«Riduzione del debito? Un fallimento»

Fitch stima inoltre che il Pil dell’Italia crescerà dello 0,9% quest’anno e dell’1% nel 2018, che porterebbe il Prodotto interno lordo reale oltre il 5% sotto il livello del 2007. È l’enzima conferma che l’Italia cresce in maniera debole. Lapidario il giudizio sul consolidamento dei conti: Fitch  parla di «fallimento» sul fronte della riduzione dell’elevatissimo livello del debito pubblico. «Questo – continua – espone maggiormente il Paese a potenziali shock sfavorevoli». E ce n’è anche per le banche. L’outlook per il settore  è negativo: «debolezza continua» per i nostri istituti di credito. 

Il governo: «Fitch propende a declassare l’Italia»

Immediata e furiosa è la reazione del governo. Basta con i giudizi delle agenzie di  rating che non si basano su parametri oggettivi. È l’ora che l’Europa si doti di una sua agenzia, ma soprattutto che l’operato delle varie  Standard & Poor’s, Fitch e Moody’s sia controllato da organismi  internazionali. Spara a palle incatenate  il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta. «Quanto fa Fitch non è una novità mi sembra che  abbia la propensione a declassare il nostro Paese, una sorta di  preconcetto che si ripete periodicamente». 

L’Abi: «Quello delle agenzie è capitalismo anarchico» 

Stizzita anche la reazione del presidente dell’Abi Antonio Patuelli. «Queste agenzie  hanno pluriconflitti di interesse e vivono in una condizione di privilegio e spesso di capitalismo anarchico, senza bilanciamenti e controlli». Sarebbe ora che organismi imparziali e neutrali  intervenissero a regolamentare il mercato dei rating, ma il perché però fino ad oggi nessuno si sia ancora mosso, per il numero uno  dell’associazione bancaria è abbastanza chiaro: «Dato che questi  sono signori potenti, evidentemente ci sono delle precauzioni per non  scontentarli troppo».

Perché se ne accorgono solo ora? 

L’invasione di campo di  entità potenti e incontrollabili come le agenzie di rating  è certo un fattore che aumenta ulteriormente lo squilibrio fra politica ed economia. Logiche e comprensibili le reazioni negative di governo e associazione bancaria. Ma è lecito anche chiedersi perché lorsignori fanno udire la loro voce indignata solo quando sono colti nel vivo. Perché non conducono una coerente e continua campagna contro le intromissioni finanziarie nella politica? Quando certi poteri attaccano il “populismo”, il governo non si scompone, salvo poi arrabbiarsi quando si dichiara nero su bianco che la sua politica di riduzione del debito pubblico s’è rivelata un fallimento.