E ora fanno scandalo persino lo stile di Trump e i suoi punti esclamativi

Tutto è cominciato con l’acrostico Maga, Make America great again. Edc è proseguito con punti esclamativi, incisi veementi, interrogativi retorici e affermazioni apodittiche che non ammettono replice o recriminazioni immediate. È lo stile di Donald Trump: diretto, incisivo, quello che idealmente sottolinea in giallo fosforescente passaggi di un discorso o anche semplicemente i 180 caratteri di un tweet.

Trump, uno stile risoluto come i suoi modi

Uno stile secco, diretto, volutamente non compiaciuto o seducente, che non aspira mai, nemmeno con la punteggiatura, ad abbellimenti retorici o a concessioni diplomatiche: no, nessun anacoluto declinato a un periodare a effetto o chissà quale artificio linguistico nelle affermazioni pragmatiche: nella comunicazione presidenziale – la stessa che, in realtà, ha animato anche i toni dell’accesa campagna elettorale – inconfondibili tratti disitintivi continuano a caratterizzare post, tweet e annunci ufficiali in diretta tv della Casa Bianca versione tycoon. E allora, tra parole ricorrenti come sad, sick, enjoy, great job fake news, la puntualizzazione istituzionale non ha nulla di formalmente o politicamente corretto. Anzi. E dal momento che, come diceva il grande Marshall McLuhan, il «medium è il messaggio», non si può negare a Trump un certo “calore” dialettico e un’assoluta coerenza di stile e contenuti: e se in campagna elettorale incontri e messaggi affidati al web urlavano promesse e intenti, moniti e avvisi, dal primo discorso d’insediamento il presidente Usa non ha fatto altro che continuare a rivolgere esortazioni e annunci veementi al «popolo» americano, suo principale interlocutore fin dal giorno del trasloco ufficiale alla Casa Bianca. Un referente tutt’altro che demagogico, a cui Trump ha fatto promesse che sta puntualmente dimostrando di mantenere.

Il confronto con Obama proposto dal “Washington Post”

E così, il Washington Post che per primo si è preso la briga di mettere a confronto il lessico presidenziale del neo-presidente Usa e del suo immediato predecessore, Barack Obama; ha rilevato non solo una totale diversità di stile, ma anche una sostanziale differenza quantitativa: e così – come riportato in un documentato servizio dell’Agi – «nel periodo tra il 20 gennaio e il 31 marzo, @realDonaldTrump ha twittato 357 volte (circa il 60% concluso con un punto esclamativo), mentre @BarackObama nello stesso periodo ne aveva prodotti solo un decimo, 37, con punti esclamativi solo nel 22% dei casi». E ancora: se i tweet dei due presidenti presi in esame differiscono per numero, sono diametralmente opposti anche per i toni adottati: ossequiosi e compiaciuti di quelli di Obama,in cui abbondano congratulazioni e ringraziamenti come gli auspici di proficue collaborazioni con la società civile, decisamente più risoluti e netti, spesso anche bellicosi, quelli postati in Rete dal neo presidente, forse volutamente meno incline all’orpello oratorio e alla captatio benevolentiae, ma pragmaticamente più risoluto e operativo.