E i Kennedy ringraziarono Trump per la liberazione dell’attivista in Egitto

Donald Trump incassa anche gli apprezzamenti, quanto mai insperati, di una Kennedy per il successo ottenuto con la scarcerazione di Aya Hijazi, l’operatrice umanitaria americana rientrata la notte scorsa, a bordo di un aereo inviato dalla Casa Bianca, dopo tre anni nelle prigioni egiziane. “Siamo profondamente grati al presidente Trump per il suo impegno personale per la soluzione del caso di Aya”, ha dichiarato infatti Kerry Kennedy presidente della Robert F. Kennedy Human Rights, organizzazione per la difesa dei diritti umani intitolata alla memoria del padre Bob, che ha lavorato per la liberazione dell’attivista. Il gruppo guidato da una degli eredi della grande dinastia democrat americana ha infatti lavorato insieme all’ambasciata americana al Cairo, attraverso il lavoro dell’avvocato Wade McMullen, per facilitare la partenza di Hijazi.

Obama aveva tentato invano di liberarla

La cooperante americana, di origine egiziana, che era da tre anni in prigione al Cairo, diventando uno dei simboli della brutale repressione egiziana sulla società civile, è stata scarcerata ed è rientrata la notte scorsa negli Stati Uniti. Lo riporta oggi il Washington Post rivelando che l’amministrazione Trump ha per settimane negoziato in modo riservato il rilascio di Aya Hijazi. Insieme alla 30enne cittadina americana sono stati liberati anche il marito Mohamed Hassanein, che è egiziano, ed altri quattro operatori umanitari. Il presidente Donald Trump, che nelle scorse settimane ha ricevuto il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi alla Casa Bianca, ha inviato un aereo governativo per riportare Hijazi e la sua famiglia a Washington. Hijazi, che è cresciuta a Falls Church, in Virginia, e si è laureata alla George Mason University, stava lavorando al Cairo con la Belady Foundation, creando insieme al marito un centro per i bambini di strada. La coppia ed i loro colleghi erano stati arrestati il primo maggio del 2014 con l’accusa di abuso e traffico su minori, accuse che erano state denunciate come false da attivisti dei diritti umani e funzionari americani anche perché nessuna prova in questi anni è stata presentata a loro carico. L’amministrazione Obama aveva cercato senza successo di ottenere dal governo egiziano il rilascio di Hijaz e degli altri detenuti. Ma l’atteggiamento del Cairo è cambiato dopo il reset attuato da Trump che ha accolto al Sisi alla Casa Bianca il 3 aprile scorso, definendo “fantastico” l’uomo del Cairo e offrendogli “il forte sostegno” degli Stati Uniti. Così la scorsa domenica un tribunale della capitale egiziana ha archiviato tutte le accuse a carico del gruppo.