E adesso rischia il trasferimento il giudice che scarcerò la belva di Alatri

Che il giudice che stabilì la scarcerazione di Mario Castagnacci – la belva di Alatri che in concorso con altre persone ha massacrato il 20enne Emanuele Morganti, morto in seguito al brutale pestaggio – il pomeriggio stesso dell’aggressione mortale fosse sotto indagine non è una novità: oggi, però, l’apertura di una inchiesta del Csm sull’operato del togato si aggiorna all’ultimo atto di questa tragedia senza fine: il giudice rischia il trasferimento.

Rischia il trasferimento il giudice che scarcerò la belva di Alatri 

Il comitato di presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura ha autorizzato l’apertura di una pratica in prima commissione nei confronti del giudice del Tribunale di Roma che ha disposto la scarcerazione di Mario Castagnacci, fermato per droga e ora in carcere per il brutale omicidio del povero Emanuele Morganti, avvenuto davanti una discoteca ad Alatri. A chiedere l’apertura della pratica era stato, la scorsa settimana, il consigliere laico Pierantonio Zanettin. La vicenda processuale, secondo Zanettin era «frutto di una interpretazione giuridica del fatto reato, che può essere definita, nella migliore delle ipotesi, benevola, e merita un approfondimento da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, per verificare la correttezza dell’iter». Un percorso, o meglio, una concatenazione di eventi, riguardo cui, nella sua richiesta al Comitato di presidenza di Palazzo dei marescialli, Zanettin aveva evidenziato «seri interrogativi sulla correttezza dell’iter processuale» che aveva riguardato Castagnacci, fermato a Roma il 23 marzo perché in possesso di «grandi quantità di stupefacenti» e scarcerato il giorno dopo nell’udienza per direttissima, nonostante fosse recidivo e nonostante il fermo fosse originato dall’aver riscontrato nell’appartamento romano del giovane diversi quantitivi di droga già suddivisi in varie confezioni, impacchettate e pronte per la vendita.

I rilievi del consigliere laico Zanettin

«E così – come riporta il Messaggero – Mario Castagnacci, alle 2 di notte, aveva scritto Zanettin, è potuto rientrare ad Alatri, ha passato la notte a bere e fumare in compagnia del fratellastro, perdendo la testa al punto di pestare a più riprese il povero Emanuele nella centrale Piazza Regina Margherita». «È del tutto evidente che gli esiti tragici della vicenda non possono essere addebitati al magistrato che ha disposto la scarcerazione dello spacciatore, ma è altrettanto evidente – aveva osservato ancora e come puntualmente riportato dal quotidiano capitolino – che si sarebbero evitati, applicando canoni ermeneutici diversi e più rigorosi, in tema di spaccio di stupefacenti». E comunque, iter procedurali e provvedimenti giuridici a parte, non accennano a diminuire – e non potrebbere essere diversamente peraltro – le polemiche sul giudice che quel venerdì mattina di marzo ha disposto la liberazione del ragazzo, nonostante fosse stato fermato il giorno prima perché in possesso di numerose dosi di droga in un appartamento al Pigneto, e nonostante fosse recidivo. Polemiche che – sentenze, norme previste dal codice e risarcimenti morali a parte – nascono dal non riuscire a capacitarsi del fatto che, quel ragazzo rientrato ad Alatri dalla capitale nel pomeriggio stesso della sua scarcerazione, la sera avrebbe contribuito ad uccidere Emanuele, massacrandolo con quell’efferatezza ormai nota a tutti, e vantandosi persino dello scempio appena compiuto.