Attentati in Egitto, il piano dell’Is è spaccare il paese uccidendo i cristiani?

Diretto e, molto probabilmente, centrato, il titolo del New York Times dopo gli attentati di due giorni fa in Egitto, rivendicati dall’Is, recita: «Gli attacchi della domenica delle Palme a Tanta e Alessandria sono il segnale di un «nuovo piano dell’Is: dividere l’Egitto uccidendo i cristiani». Un progetto di sangue, come tutti quelli targati Daesh, che per ora aggiunge alla lunga scia di morte e di dolore che dalla Siria arriva fino in Europa, anche le vittime degli agguati sferrati contro le due chiese copte, con un bilancio ufficiale di almeno 46 morti, e che ha messo in vigore lo stato d’emergenza nel Paese guidato dal generale Abdel Fattah al-Sisi.

Il nuovo piano dell’Is secondo il “New York Times”

Per l’Is, sotto assedio in Iraq e sotto crescenti pressioni in Siria, è necessario infatti individuare un nuovo campo di battaglia da dove poter ricominciare a rivendicare la «vittoria», scrive Declan Walsh sul Nyt. Ci sono, dicono gli esperti, il desiderio di indebolire al-Sisi (sostenuto dai cristiani), l’obiettivo di espandere le attività in Egitto oltre il Nord del Sinai dove i jihadisti combattono da anni contro le forze di sicurezza, e anche il feroce desiderio di alimentare un conflitto confessionale. «L’Is vuole dimostrare di poter attaccare uno dei Paesi con il maggior numero di abitanti tra quelli del mondo arabo», ha commentato Mokhtar Awad, esperto della George Washington University. Ma in pochi ritengono che i miliziani jihadisti riusciranno in quello che sembra essere il loro intento. Infatti, se in Iraq l’Is è riuscito a fomentare le tensioni tra la comunità sunnita e quella sciita, in Egitto i cristiani rappresentano circa il 10% della popolazione, per lo più sunniti.

Indebolire Al Sisi e spaccare il Paese uccidendo i cristiani

Non solo: dopo le ultime atrocità Awad ha sostenuto di aver trovato prove secondo cui egiziani nella leadership dell’Is avevano creato una rete di cellule nelle principali città egiziane. «Abbiamo individuato – ha detto – un’infrastruttura di cellule con collegamenti» con le roccaforti dell’Is a Raqqa e Mosul. Secondo Awad, a scatenare la campagna di violenze contro i cristiani,  sono state le sconfitte dell’Is a Sirte, in Libia, ma anche in Iraq, dove a Mosul continua la battaglia con le forze di sicurezza sostenute dalla coalizione internazionale a guida Usa. Così dopo l’attacco suicida contro la chiesa copta al Cairo dello scorso dicembre, con un bilancio di 28 morti, si sono scatenati i canali egiziani della propaganda dell’Is e, ha concluso Awad, «credo si sia trattato di un’escalation ben calcolata». E dopo le stragi di domenica, al-Sisi non ha potuto far altro che provare a rassicurare i cristiani con lo stato d’emergenza e il rafforzamento della sicurezza intorno alle chiese. L’esercito è stato dispiegato per sostenere l’operato della polizia, ma – scrive il Nyt – per gli esperti il problema principale del presidente egiziano potrebbe essere la riforma delle agenzie di sicurezza che, quantomeno, non sono riuscire a impedire le stragi coordinate contro le chiese copte.