Verità per Giulio Regeni. Ma Dall’Egitto arrivano solo depistaggi

L’indagine egiziana sul sequestro e l’omicidio di Giulio Regeni ha accertato l’omertà e le bugie di alcuni appartenenti agli apparati di sicurezza de Il Cairo, e ora la Procura di Roma chiede di poter interrogare i poliziotti e gli alti ufficiali individuati dalla Procura generale del Cairo. Alla ricerca di un verosimile «secondo livello» di responsabilità nella morte del giovane ricercatore friulano, di cui ci sono tracce negli atti esaminati dagli investigatori di polizia e carabinieri. Che indirizzano i loro sospetti su persone che «avevano la disponibilità di un luogo dove tenere detenuto Regeni per almeno una settimana», si legge su “Il Corriere della Sera”.
 

Roma vuole interrogare ufficiali di polizia egiziani

Due poliziotti egiziani che presero parte alla sparatoria in cui vennero uccisi i presunti banditi ai quali le prime ricostruzioni ufficiali attribuirono il rapimento di Giulio, sono stati incriminati per falso e omicidio premeditato; un terzo responsabile di quell’operazione di depistaggio, il colonnello della National security che coordinò la perquisizione in casa delle vittime e trovò i documenti d’identità di Regeni, ha fornito una versione dei fatti. La Procura generale egiziana ha poi individuato e interrogato altri sette appartenenti al Dipartimento investigativo municipale del Cairo e alla National security che ebbero a che fare con l’indagine su Regeni svolta laggiù tra dicembre 2015 e gennaio 2016, in seguito alla denuncia sporta dall’ex capo del sindacato dei venditori ambulanti, Mohamed Abdallah. Gli inquirenti italiani conoscono le dichiarazioni di due di loro, e adesso vorrebbero leggerle tutte. Quelle già analizzate, infatti, forniscono ulteriori spunti d’indagine. In particolare il verbale di un maggiore della National security che ha negato — ad esempio — di aver fornito a Abdallah la telecamera con cui il sindacalista filmò l’incontro con Giulio del 6 gennaio 2016. Peccato che Abdallah sostenga il contrario, e che dopo il colloquio con Giulio abbia telefonato proprio a lui per chiedergli di andare a riprendere l’apparecchiatura fornitagli per registrare. Dai tabulati telefonici emergono inoltre contatti tra i sette coinvolti negli accertamenti su Regeni cominciati quasi due mesi prima della sua scomparsa e i tré protagonisti del depistaggio del marzo successivo. Ma soprattutto ci sono tracce di telefonate di entrambi i gruppi con numeri di altri appartenenti alla National security, che gli inquirenti italiani vorrebbero identificare e interrogare. Perché c’è il sospetto che dietro quei numeri possano nascondersi i registi del «caso Regeni», i superiori che hanno mosso i manovali che prima hanno controllato Giulio, poi l’hanno rapito, tenuto nascosto e interrogato per oltre una settimana, fino a ucciderlo e farlo ritrovare sul ciglio di una strada. Per poi mettere in piedi la messinscena dei banditi comuni responsabili di una rapina finita male.