Trattativa Stato-mafia, quattro anni e mezzo per la sentenza di primo grado

Alla fine ci vorranno quattro anni e mezzo, se tutto va bene, per arrivare alla sentenza di primo grado sulla vicenda della cosiddetta trattativa Stato-mafia per far cessare le stragi della Cupola. E ancora non è detto che basteranno. «E’ un processo molto complesso con liste infinite di testi – si giustifica il presidente del Tribunale di Palermo, Salvatore Di Vitale – E’ un processo che si fa con un codice che richiede molto tempo per sentire anche un testimone. Come Angelo Siino, che è stato sentito più volte».

La sentenza sul processo della trattativa Stato-mafia che si celebra a Palermo, e che è iniziato nel maggio di quattro anni fa, dovrebbe essere emessa «con tutti i se, non oltre la fine di questo anno», azzarda ottimisticamente Di Vitale, intervenendo alla presentazione del libro di Alfredo Galasso “Mafia, vita di un uomo di mondo” alla presenza di tutto lo stato maggiore dei professionisti dell’antimafia militante.

In questi anni sono sfilati numerosi testi eccellenti. Ma, il più eccellente fra gli eccellenti, Re Giorgio Napolitano, ha avuto la grazia di essere sentito dai magistrati al Quirinale. Da pochi giorni sono iniziati a sfilare i testi della difesa. Proprio ieri è toccato alla procuratrice aggiunta, Teresa Principato.

«Che il processo duri tanto è fisiologico – ragiona Di Vitale – quello che posso dire è che è stata esaurita quasi del tutto la liste dei testi. Io dico sempre che se dovessi scegliermi un giudice, mi farei giudicare dal presidente della Corte d’Assise, Alfredo Montalto, un collega professionalmente attrezzato, che ha diretto la “musica” in maniera eccellente».

Celeberrimo – e celebrato dal Fatto Quotidiano – lo scambio di salamelecchi fra Montalto e Napolitano il giorno dell’udienza a domicilio fra ori, stucchi e arazzi. «Lei è il dominus e noi ci atteniamo alle sue indicazioni», porge Montalto a Re Giorgio. Che ricambia con altrettanta deferenza: «La ringrazio molto della cortesia, non ho nemmeno avuto modo all’inizio di ringraziarla per la assai costruttiva interlocuzione che c’è stata tra noi in preparazione di questa udienza». «Grazie a lei per la cortese e sempre gradita ospitalità», restituisce MontaltoMaria De Filippi non avrebbe saputo fare di meglio.

La presentazione del libro di Galasso è stata anche l’occasione per i professionisti dell’antimafia per contarsi. E per accarezzare, col ciglio umido, i ricordi del tempo che fu. Quando, in nome dell’Antimafia militante, ci si poteva scagliare a testa bassa contro un magistrato come Giovanni Falcone e crocifiggerlo di sospetti accusandolo senza problemi delle peggiori nefandezze. «C’è stato un tempo – sospira Leoluca Orlando – in cui la mafia era la normalità e l’Antimafia era una sorta di eversione, oggi è tutto cambiato. Oggi l’Antimafia che pretende di essere protagonista è solo una ignobile speculazione e tanti, fuori dal tempo, magari gli stessi che facevano parte di coloro che un tempo non sentivano e non vedevano, ora sono protagonisti dell’antimafia». Il concetto è un po’ tortuoso, la spiegazione perfino più criptica.

«Sono arrivati i tempi per dire arridatece Leonardo Sciascia», sfodera Orlando. E non c’è dubbio che Sciascia si stia rivoltando nella tomba per questo abbraccio postumo.
«Quando qualcuno di questi che si proclamano rappresentanti dell’Antimafia incappano in un incidente – lascia cadere il sindaco di Palermo – il mio istinto dice “meno uno”.  Ce ne stiamo liberando poco a poco». E il pensiero non può che correre a Giovanni Falcone.

«Leonardo Sciascia sbagliò ad attaccare il giudice Paolo Borsellino e il sindaco Leoluca Orlando, bisogna dire le cose come stanno – fa il controcanto Galasso – Io sono convinto che l’Antimafia ancora abbia un senso ma deve esser concreta, fatta di gesti e vicende visibili e condivisibili al tempo stesso. Le chiacchiere lasciano il tempo che trovano». Se lo dice lui che sull’Antimafia ci ha pure scritto un libro…