Suicidio assistito: dove sono e come funzionano le cliniche della morte

Dj Fabo non è il solo italiano che è andato in Svizzera a mettere fine alla sua esistenza. Nel 2016 sono stati 150 i nostri connazionali che hanno seguito il triste iter che li ha portati al sucidio assistito. Ma come avviene il contatto con i “pietosi” medici elvetici? E dove sorgono queste, chiamiamole così, “cliniche” specializzate in eutanasia? È un mondo oscuro e appartato. Le cliniche  si trovano a Basilea, Ginevra, Lugano,  e nei pressi di Zurigo, dove è avvenuto il suicidio di  Fabo. «Per arrivare al suicidio assistito – leggiamo sul quotidiano on line Giornalettismo – occorre un lungo periodo. Il primo passo da compiere è chiamare le associazioni, come Exit e Dignitas, che consentono a persone malate in modo grave, certo e irreversibili, di morire per interrompere le loro sofferenze. Una volta accertata la volontà del paziente e l’esistenza delle tre condizioni sopra citate, ci si può iscrivere all’associazione. Il passo successivo è l’invio della cartella clinica a una delle cliniche dove il paziente ricorrerà al suicidio assistito. La documentazione medica dovrà accertare una patologia grave e irreversibile, altrimenti non sarà possibile procedere al suicidio assistito».

Questo almeno afferma la legge elvetica. Già di per sé si tratta di regole agghiaccianti, scritte da veri e propri burocrati della morte. Ma c’è dell’altro. Perché il suicidio assistito viene effettuato non solo su malati fisici, ma anche su gente, depressa piscologicamente, che ha deciso di farla finita, come Daniela Casarini, una donna di 66 anni che era costretta alla sedia a rotelle  fin da bambina, ma che aveva un carattere forte, arrivando anche a diventare assessore al Comune di Jesi. Daniela a un certo punto ha ceduto psicologicamente e ha desiderato la morte. Ma non era ammalata, era solo depressa. In teoria, non aveva i “requisiti” per il suicidio assistito. Ma era disposta a pagare la tariffa richiesta dalla clinica. E così è stata accontenatata. «Siamo sicuri che la nostra Daniela — dicono all’Uffington PosPaolo ed Enrico Filonzi, per l’anagrafe cugini ma uniti a lei come fratelli — voleva porre fine alla sua vita. Ma sappiamo che le stesse leggi della Svizzera non sono state rispettate. È stato scritto che era una malata terminale e non è vero. Secondo noi, se ti presenti in queste cliniche o pseudo cliniche con diecimila euro, è difficile che ti dicano di no». E già, basta pagare. Tutte le porte si spalancano. Anche quelle della morte.