Studi bollenti, dopo la Fedeli tocca alla Madia: ha copiato la tesi universitaria?

Forse troppo impegnata in Parlamento dove siede dal 2006 nelle file del Pd, il ministro Marianna Madia non si è dedicata con grande scrupolo e correttezza alla stesura della tesi di dottorando  ottenuto all’Imt di Lucca nel 2008 . Secondo chi ha analizzato il testo della ricerca sugli “effetti della flessibilità nel mercato del lavoro”, la Madia avrebbe copiato di sana pianta interi passaggi da studi e documenti prodotti dall’Ue e dal Fondo monetario internazionale senza citare la fonte.

La Madia accusata di aver copiato la tesi di dottorato

A cogliere in fallo la ministra, enfant prodige della squadra di governo di Renzi, è stato il Fatto quotidiano che ha scoperto la “furbata”.  In 35 di 94 pagine della tesi (al netto di bibliografia, figure e tabelle) comparirebbero passaggi praticamente identici a quelli di altre pubblicazioni senza la citazione esplicita della fonte, come è corretto fare quando si attinge dal lavoro altrui. Dall’indagine del Fatto risulta che circa 4mila parole non hanno un’origine chiara e non è possibile attribuirne la paternità. Molti passaggi, secondo la ricostruzione del quotidiano, sarebbero stati copiati e incollati dal futuro ministro della Funzione pubblica da pubblicazioni scientifiche certificate dal  controllo della comunità scientifica. Si tratta di importanti lavori contenuti in rapporti della Commissione europea, del Fondo monetario internazionale, o svolti da prestigiosi centri di ricerca tedeschi, inglesi e stanunitensi. Il tutto senza virgolettati né la citazione della fonte. La casistica del plagio di ampi brani è variegata (si va dal copia e incolla, al collage di articoli spacciati per proprie elaborazioni o alla sostituzione con sinonimi di alcune parole) e la percentuale di scorrettezze sarebbe altissima: attraverso l’utilizzo di di due software antiplagio in uso nelle univerità europee e americane è stato riscontrato che la dottoranda Madia nei tre capitoli della sua ricerca  avrebbe copiato mediamente oltre il 50 per cento della tesi. La pratica pià adottata è quella che i tecnici chiamano shake and paste, “mescola e incolla”. Un altro strumento utilizzato per il “furto di idee”,  riporta ancora la  minuziosae indagine del Fatto che occupa due intere pagine del quotidiano, è quello di citare la fonte solo all’inizio del paragrafo ma nel testo che segue, anche per centinaia di parole, non si specifica che il testo è tratto dalla stessa pubblicazione. Tecniche che non permettono di distinguere il lavoro della Madia da quello di altri autori.

La distrazione del relatore

Distratti, evidentemente, i relatori della tesi di dottorato l’allora rettore della Scuola Imt di Alti studi di Lucca, Fabio Pammolli, (che si giustifica dicendo di essere soltanto il tutor e di non aver seguito personalmente la tesi) e l’ordinario di Economia alla Sapienza di Roma, Giorgio Rodano, che avrebbero dovuto garantire l’originalità della  ricerca secondo le regole accademiche. Peccati tutt’altro che venali: la mancanza della citazione delle fonti può spingere le università a revocare il titolo di dottorato: in Italia la legge 475 punisce con pene fino a tre anni di reclusione chi «in esami o concorsi presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri». Uno scivolone quello della Madia che in altri casi ha procurato autentici terremoti politici come nel caso dell’ex ministro della Difesa tedesco Karl-Theodor zu Guttenberg, che si è dimesso e ha rinunciato al dottorato dopo le accuse di plagio nel 2011. A questo primo scandalo, rivelato dalla Süddeutsche Zeitung, ne seguirono altri, riguardanti ministri del governo Merkel e una decina di politici. Difficilmente la ministra del governo Renzi e Gentiloni farà lo stesso. Stringata la replica della Madia affidata a un sms lapidario: «Non spetta a me giudicare la qualità del prodotto. Di certo ogni fonte utilizzzata è stata correttemente citata in bibliografia».