Strage di Bologna, c’è una precisa strategia mediatica dietro il caso-Cavallini

Che senso ha riproporre il rinvio a giudizio di Gilberto Cavallini per i fatti del 2 agosto 1980? Anche con tutta la benevolenza possibile, la memoria prodotta da Giuseppe Giampaolo, avvocato di fiducia dell’Associazione familiari delle vittime, è palesemente una rimasticatura degli elementi che, sottoposti all’attenzione dei pubblici ministeri solo 4 anni or sono, portarono alla richiesta, accettata, di archiviazione delle accuse a carico dell’ex-Nar: possibile che la Procura di Bologna sia disposta a smentire clamorosamente se stessa, dopo così poco tempo? Di più: gli elementi a disposizione adesso dei magistrati inquirenti sono noti, a Bologna come in altre sedi giudiziarie, in alcuni casi da decenni: possibile che i “pm” petroniani siano ora disponibili a farsi accusare implicitamente di incompetenza, avendo trascurato la posizione di Cavallini per 35 anni e più?

Per altro, quale risultato potrebbe mai emergere, da un processo a Cavallini: se fosse condannato, il suo destino detentivo probabilmente non muterebbe di una virgola (la condanna andrebbe “in continuazione” degli altri reati per cui sta scontando già svariati ergastoli nel carcere di Terni); mentre un’assoluzione (certamente possibile, visto che il quadro probatorio a suo carico può essere considerato risibile, circa la strage di Bologna) potrebbe mettere in discussioni proprio quelle “certezze giudiziarie” a cui sono affezionati proprio gli elementi più politicizzati dell’Associazione familiari. Dunque, perché correre un tale rischio? La risposta, implicita, a questo interrogativo che oggi rimbalza negli ambienti forensi del capoluogo emiliano sembra darla proprio Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione e parlamentare del Partito democratico, quando, in una dichiarazione apparsa oggi: «Per i mandanti bisogna scavare a fondo sulla P2 e su Licio Gelli. E sui conti correnti in cui transitarono ben 14 milioni di dollari, con la dicitura Bologna. Poi bisogna scavare su un servizio segreto americano di cui parlò Calvi in una deposizione e, infine, sui politici di una certa destra».

Parole in libertà, in cui si mescola tutto e il contrario di tutto, ma che appaiono, guarda caso, perfettamente attagliate – seppur ‘al contrario’ – a quelle scritte da Rosario Priore nel paragrafo “La pista dimenticata” de “I segreti di Bologna” (libro firmato dal magistrato assieme a Valerio Cutonilli), in cui l’ex-toga romana mette in luce il possibile coinvolgimento dei servizi segreti sovietici e un appunto, sequestrato al ‘Br’ Giovanni Senzani, in cui, nell’elenco di alcune attentati compiuti in Occidente sotto la regia dell’Urss, uno era indicato con la sigla ‘BO’. Chi siano i “politici di una certa destra”, poi, è evidente: tutti quelli che si sono impegnati e s’impegna ad approfondire la così detta ‘pista palestinese’. In altre parole, Cavallini sarebbe la ‘vittima sacrificale’ di un disegno volto a colpire, indebolendone l’impegno e vanificandone i risultati, tutti coloro che non si sono rassegnati ad accettare la “verità giudiziaria” cristallizzata con le condanne di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. Una vittima da sacrificare proprio nel momento in cui nuove piste prendono consistenza (il libro di Priore è uscito a fine estate dell’anno scorso e ha iniziato a ‘far rumore’ qualche mese fa). Insomma, più che un’esigenza di giustizia, a fondamento ultimo di questa nuova pagina giudiziaria sul 2 agosto 1980, ci sarebbe una precisa strategia mediatica, volta a sottrarre credito a coloro che hanno deciso di non chiudere gli occhi di fronte alla massa imponente di documentazione emersa negli ultimi anni, confidando che i magistrati bolognesi, per portare a buon fine questa strategia, accettino anche di smentire se stessi.