«Non ne posso più di teste mozzate», il foreign fighter Monsef vuole tornare in Italia

La scena ha del surreale. Lui, Monsef El Mkhayar, ventunenne foreign fighter, è imputato di terrorismo internazionale. E’ in Siria, in questo momento dov’è andato per mettersi al servizio dello Stato islamico. E’ scappato dall’Italia, inseguito da un mandato di cattura internazionale, dove faceva il reclutatore per l’Isis. Finita l’ubriacatura ideologico-religiosa, passata la sbornia dell’estremismo islamico – almeno così dice lui ora – ha deciso di tornare in Italia. E, così, ha telefonato a zia Malika. E gli ha confidato: «Non ce la faccio più a vedere gente sgozzata, teste mozzate e tutto questo sangue. Voglio tornare in Italia, voglio uscire da qui e scappare dalla guerra perché non ho trovato quello che cercavo».

Zia Malika giura che le cose sono andate proprio così. E racconta di quella telefonata surreale ai giudici del processo, in corso al Tribunale di Milano, al nipote Monsef El Mkhayar imputato contumace alla sbarra nel capoluogo lombardo per terrorismo internazionale.

La donna, sentita oggi come teste al processo, ha raccontato anche di una conversazione di un paio di giorni fa dello stesso tenore nella quale il nipote le avrebbe spiegato che già «in questi giorni avrebbe voluto tornare, ma di non potere perché in Siria è tutto bloccato. Speriamo – ha affermato la zia Malika – rientri tra una settimana».

La donna ha anche aggiunto che Monsef, l’altro ieri, l’avrebbe rassicurata: «Mi ha detto che, non appena torna, va dalla polizia a raccontare tutto quello che ha visto. Se mi condannano mi danno un anno o due», avrebbe confidato alla zia. Evidentemente conosce bene la giustizia italiana. Si è fatto due conti e sa che non resterà molto tempo in cella.

Figlio di un militare, era arrivato in Italia dal Marocco per ricongiungersi alla madre che viveva con il nuovo marito. Ma, poi, era rimasto a vivere ad Alessandria con la zia Malika che Monsef considerava una sorta di madre. Da lì si era spinto fino a Milano dove si guadagnava da vivere spacciando fino al momento in cui era finito in carcere a San Vittore.
Il Comune di Milano lo aveva affidato alla Comunità Kayros di Vimodrone guidata dal suo fondatore, don Claudio Burgio, un prete, collaboratore di don Gino Rigoldi come cappellano del carcere minorile Beccaria, con cui Monsef aveva legato moltissimo. Al punto che, una volta partito, aveva inviato a Don Claudio un sms di questo tenore: «Stammi bene. Grazie di tutto. Che Allah ti guidi sulla retta via. Ci vedremo in paradiso. Inshallah».