«Nessuno fermò quel padre assassino». Strasburgo boccia la giustizia italiana

Una donna e un figlio indifesi, senza che nessun provvedimento giudiziario arrivasse a fermare un uomo violento che di lì a poco avrebbe ucciso quel ragazzino. “L’Italia è venuta meno ai propri obblighi», sentenzia la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, secondo cui i giudici italiani sono responsabile di non aver protetto una donna, che aveva subito un tentativo di omicidio ad opera del marito, e suo figlio, che era stato ucciso dal padre a coltellate «Le autorità non sono intervenute prontamente in un caso di violenze in famiglia», è scritto in una sentenza relativa ad un caso che riguarda una cittadina rumena, E.T., che vive in provincia di Udine.

Nessun alibi per la giustizia italiana

«Non ci sono spiegazioni plausibili per l’inerzia delle autorità per un periodo così lungo, sette mesi, prima di avviare il procedimento penale», nota la Corte, che accusa gli organi competenti di avere di fatto, rimanendo a lungo passivi, “avallato” la violenza. La Corte ha riscontrato nel caso la violazione del diritto alla vita, della proibizione di trattamenti inumani e degradanti e della proibizione di discriminazione (articoli 2, 3 e 14 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo). Per i giudici di Strasburgo le autorità italiane “non hanno intrapreso rapidamente azioni riguardo alla denuncia” della donna, in tal modo rendendo la denuncia inefficace e “creando una situazione di impunità che ha portato al ripetersi di atti di violenza, che sono poi risultati nel tentato omicidio della donna e nella morte di suo figlio. Le autorità italiane sono quindi enute meno al loro obbligo di proteggere la vita delle persone in questione”.

Le bacchettate della Corte di Strasburgo 

La Corte ha anche stabilito che “la donna e i suoi figli vivevano in un clima di violenza abbastanza seria da essere considerata maltrattamento e che il modo in cui le autorità hanno condotto le indagini indicano un atteggiamento passivo dell’autorità giudiziaria. La Corte infine ritiene che la vittima sia stata oggetto di discriminazione in quanto donna per quanto concerne la mancanza di azioni da parte delle autorità, che hanno sottovalutato la violenza in questione e quindi, in ultima analisi, l’hanno avallata”.