È morto il giudice Almerighi. Indagò sui casi Calvi e Donatoni

«L’’Italia non è il Paese dei grandi vecchi, dei burattinai, dei segreti. Semmai è il paese dei misteri e i misteri non si risolvono, talvolta, per la superficialità di chi indaga». La pensava così Mario Almerighi, magistrato tra i più noti degli ultimi anni, morto la notte scorsa a 78 anni.

La teoria di Almerighi sui “pm distratti”

«I Pm, i miei colleghi – sosteneva l’ex presidente del Tribunale di Civitavecchia – sono stracarichi di impegni, corrono da un udienza all’’altra, non hanno il tempo di concentrarsi, distratti come sono da una sorta di frastuono di fondo. Perché il sistema gira a vuoto. Al tempo del giudice istruttore non era così». Almerighi da giudice istruttore ha indagato, tra l’altro sulla morte di Roberto Calvi. Almerighi era stato tra i primi a non credere al suicidio del banchiere ma a seguire la pista dell’omicidio.

L’attività da scrittore di Almerighi

Almerighi, che è stato fondatore con Giovanni Falcone del Movimento per la Giustizia, negli ultimi anni si era dedicato alla letteratura e al teatro, con l’obiettivo primario di portare il valore della legalità soprattutto tra i giovani. Ancora sui palchi e nelle scuole d’Italia lo spettacolo “Il testimone”, scritto insieme a Fabrizio Coniglio protagonista in scena con Bebo Storti; si tratta della storia del sacrificio di Giangiacomo Ciaccio Montalto, magistrato assassinato dalla mafia. Almerighi ha scritto, tra l’altro, “La borsa di Calvi”, “Mistero di Stato. La strana morte dell’ispettore Donatoni”, “Petrolio e politica. Oro nero, scandali e mazzette: la prima tangentopoli”, “Suicidi?: Castellari, Cagliari, Gardini”.