Manifesti contro il papa. Bergoglio minimizza: «Il romanesco mi piace…»

Minimizza le critiche, si “imbarazza” per le idealizzazioni ed entra a gamba tesa nella politica internazionale. In una lunga intervista a die Zeit dello scorso febbraio, papa Francesco ironizza sui manifesti apparsi in diversi quartieri di Roma (e che hanno fatto il giro del mondo) che lo attaccavano in romanesco. «Il romanesco era bellissimo, ma non l’ha scritto uno della strada». Anche il Vaticano commentò subito che dietro quei manifesti critici con il pontefice (poi rimossi dai muri) non c’era il pensiero popolare  ma le lobby  dei conservatori e dei tradizionalisti.

Il papa non andrà a Mosca

Poi le domande scivolano sulla sua popolarità. «Non mi sento un uomo eccezionale, sono un peccatore, un uomo che fa quello che può, comune. Sento che non mi fanno giustizia con le aspettative, esagerano. Non si dimentichi che l’idealizzazione di una persona è una forma sottile di aggressione e quando mi idealizzano mi sento aggredito». Poi si sofferma sull’agenda internazionale. Il pontefice non potrà andare in Russia, nel caso dovrebbe andare anche in Ucraina. Questione di par condicio?  «Non posso andare in Russia, perché dovrei in questo caso andare anche nell’Ucraina. Più importante sarebbe un viaggio nel Sud Sudan, ma non credo che sia possibile», aggiunge il papa nella stessa intervista anche se due giorni dopo, in visita alla chiesa anglicana di All Saints a Roma, ha detto di coltivare il desiderio di poterci andare assieme al primate Justin Welby. «Era programmato anche un viaggio nel Congo, ma non si potrà fare con Kabila».

L’allarme sul populismo

Papa Francesco esprime come in altre occasioni  la sua preoccupazione per il vento populista che soffia in Europa. «Il populismo è cattivo e alla fine finisce male, come ci mostra il secolo scorso», dice citando Hitler, riferendosi all’attualità e confermando indirettamente la vulgata generale del rischio dell’egemonia di alcune formazioni politiche. È preoccupato, aggiunge, perché dietro «c’è un messianismo: sempre. E anche una giustificazione». Invece, i grandi politici del dopoguerra nel vecchio continente, dice, «hanno immaginato l’unità europea, una cosa non populista ma una fratellanza di tutta l’Europa, dall’Atlantico agli Urali».