Angelo Mancia, assassinato dalla “Volante rossa” in quel 1980 di sangue

Come disse in quel 1980 Sergio Mariani, coraggioso dirigente del Msi e del FdG degli anni di piombo, “un’atmosfera così pesante non l’ho vista mai”. L’anno in cui fu ucciso Angelo Mancia, 27enne segretario della sezione del Movimento Sociale Italiano del quartiere Talenti, dipendente del Secolo d’Italia e soprattutto valoroso e conosciuto attivista della capitale, fu certo uno dei peggiori di tutti gli anni di piombo. In quel 1980 non passava praticamente giorno senza che accadesse qualcosa di brutto ai danni dei giovani del Fronte della Gioventù. “Uccidere un fascista non è reato” era diventata la legge di quel periodo, e la sinistra estrema, l’Autonomia, Lotta continua, i collettivi e tutti gli altri avevano deciso che era ora di farla finita con i fascisti, con qualunque mezzo e ad ogni costo. Quell’anno siamo stati a un passo dal baratro, la situazione non è precipitata solo perché il destino ha voluto così. Nelle sezioni del Fronte e del Msi eravamo in fortissima difficoltà: molti tra gli attivisti storici se ne erano andati, qualcun altro aveva imboccato altre strade, qualcuno pensava non valesse la pena di rischiare la vita, anche se questi ultimi erano pochissimi. Era un momento di ricambio generazionale, e nelle strade erano rimasti solo giovani e giovanissimi, coadiuvati da un pugno di vecchi attivisti che da soli non potevano fronteggiare l’offensiva che si era scatenata. Oramai i compagni agivano con la massima impunità, per colpa delle istituzioni che non tutelavano il diritto dei missini a parlare e neanche a esistere: gruppi di autonomi si erano già introdotti nelle scuole pestando selvaggiamente davanti a studenti e professori giovani considerati fascisti. La sinistra era in grado di mobilitare migliaia di persone in poche ore, come fece alla fine di gennaio, dopo la condanna a Daniele Pifano che trasportava armi per i terroristi palestinesi, quando fu scatenata per Roma una guerriglia che causò danni per centinaia di milioni di lire di allora. Proprio in quelle ore si apprese che erano state le Brigate Rosse ad assassinare in una spietata esecuzione i missini Mazzola e Giralucci a Padova, episodio che gli inquirenti e i giornali avevano attribuito alla solita faida interna tra fascisti. Quello che il Msi diceva da dieci anni, che c’era un terrorismo rosso armato ben organizzato sin dai primi anni Settanta, veniva ora drammaticamente confermato dalla storia. Ma era tardi. A febbraio un giovane missino fu accoltellato al quartiere Trieste, e pochi giorni dopo i terroristi rossi uccidevano il docente Vittorio Bachelet all’università. Una settimana dopo la sezione missina di via Valsolda viene distrutta da due bombe ad alto potenziale.

Prima di Mancia fu ucciso Valerio Verbano

E tre giorni dopo, il 22 febbraio, viene assassinato con modalità atroci in casa sua il giovane di Lotta Continua Valerio Verbano, ucciso davanti ai genitori. Giunsero due rivendicazioni, una del Nar e una di un gruppo di sinistra, ma nessuna fu giudicata attendibile, così anche questo delitto rimase impunito. Subito dopo scoppia la guerra civile: salta la sede del Fuan, decine di aggressioni tra cui quella contro un giornalista e due carabinieri scambiati per missini, bombe davanti casa di attivisti di estrema destra; bombe anche alle sezioni del Msi Marconi e Prenestino. Assalto a colpi di pistola contro la sezione di via Acca Larenzia e nuove esplosioni contro le case e le attività di persone considerate fasciste. Gravissimi incidenti il 25, durante i funerali di Verbano. Il 29 strage evitata al bar Casina Fiorita di piazza Bologna, ritrovo di estremisti di destra: la miccia si spegne. Trovato un ordigno anche davanti alla sezione del Msi di piazza Tuscolo. Il 1° marzo una bomba distrugge il bar Rosati di piazza del Popolo, anch’esso considerato ritrovo dei neofascisti. Il 7 marzo i Nuclei comunisti antifascisti bruciano due auto sotto la casa del giornalista di destra Alberto Giovannini. Lo stesso giorno esplode una bomba all’interno della tipografia dove si stampa il Secolo d’Italia, quotidiano del Msi. Distrutti molti macchinari e feriti sei operai della cooperativa, tra cui il presidente Giacomo Berrettoni e Carletto Ugentini che erano intervenuti con estintori. Una voce femminile telefona all’Ansa: “L’attentato al Secolo non è che l’inizio, il compagno Valerio sarà vendicato”. Una seconda rivendicazione, al Messaggero, sarà firmata Compagni organizzati in Volante Rossa, ossia gli assassini di Angelo Mancia. Ma non è finita: mentre si sgombrano le macerie e si soccorrono i feriti, viene trovata dai Vigli del Fuoco una seconda bomba, che avrebbe dovuto uccidere tutti. Il Secolo comunque quella sera uscì lo stesso. In un comunicato gli operai, i giornalisti e gli impiegati annunciarono che il terrorismo rosso non avrebbe fermato la voce libera del Msi. Nella stessa serata una bomba esplode davanti alla finestra dell’attivista del Tuscolano Tonino Moi, distruggendo la camera da letto dove in quel momento non c’era nessuno. Il 9 marzo, ci fu un fatto che avrebbe potuto cambiare per sempre la storia della politica italiana: una bomba di otto chili di tritolo era stata posta all’interno della sede della federazione provinciale del Fronte della Gioventù in via Sommacampagna, da cui si accedeva, tagliando un vetro, dal cortile del vicino liceo Benedetto Croce. Se ne accorsero dei militanti che stavano cercando dei pennelli e della colla. Avvisata la polizia, gli artificieri disinnescarono l’ordigno due minuti prima dell’esplosione, che avrebbe raso al suolo l’intero palazzo. Anche questo gesto fu rivendicato dal Compagni organizzati in Volante rossa. Il 10 marzo uno studente diciannovenne, missino, viene accoltellato da un gruppo di comunisti all’istituto Cavour. Il giorno dopo, un altro atroce omicidio al quartiere Flaminio: sempre i Compagni della Volante rossa assassinano sotto casa un cuoco, Luigi Allegretti, convinti aver ucciso un dirigente della sezione Flaminio del Msi che abita in quella stessa strada. Ancora al momento della rivendicazione i compagni erano convinti di avere ucciso un fascista. Tra l’altro, poche settimane prima, lo stesso Allegretti aveva trovato sul pianerottolo una bomba, sempre destinata ai missini. La sera, una bomba fa saltare la casa di un dirigente del Msi a piazza Vescovio.

Mancia aspettato sotto casa dalla Volante rossa

E arriva la mattina del 12 marzo 1980, trentasette anni fa. La strada, ancora deserta, è nella periferia orientale della capitale. E’ mattina presto. Siamo in via Tozzi, in zona Bufalotta. Angelo Mancia è appena uscito di casa per andare a prendere il suo motorino parcheggiato poco distante. Deve recarsi al lavoro, Angelo, e quindi va di fretta. Ma non fa che pochi passi quando a un tratto si sente chiamare per nome. Ad apostrofarlo sono tre persone in camice bianco – infermieri? – scese dal retro di un furgone posteggiato di fronte. Mancia intuisce immediatamente il pericolo. È un attivista generoso, Angelo, uno che di coraggio ne ha da vendere. Un combattente sempre schierato in prima linea. Uno, in altre parole, abituato a non tirarsi mai indietro. E lui lo sa che di nemici ne ha molti. Siamo negli anni di piombo, e si vive perennemente nell’inquietudine. Va pure messo in conto che Mancia era da tempo entrato nel mirino degli autonomi che fanno riferimento al collettivo ultracomunista di Valmelaina, coi quali si era più volte scontrato fisicamente. Inoltre era stato inquisito per “ricostituzione del disciolto Partito fascista”. Voltatosi di scatto, Angelo non fa in tempo neppure a fiatare che un colpo di pistola sparato a bruciapelo lo colpisce alla schiena. Rimasto in piedi grazie alla sua robusta costituzione, molla subito il motorino e si mette a correre verso il portoncino. Chissà cosa gli passa di mente in quegli attimi così concitati. Ma i killer non demordono. Lanciatisi al suo inseguimento, sono freddamente determinati a eliminarlo. E ci riescono. Altri due colpi sparatigli alle spalle, infatti, lo centrano in pieno. Mancia non ha scampo e cade a terra in un lago di sangue. lo finiscono con un colpo alla nuca, nello stile consueto della vera Volante rossa, quella che operò dopo la guerra nel Nord Italia, assassinando avversari politici e gente comune, tra cui il giornalista fascista Franco De Agazio. La rivendicazione arriva dai “Compagni Organizzati in Volante Rossa”. La motivazione del gesto è farneticante: si tratta della rappresaglia dei compagni per il coinvolgimento – rivelatosi del tutto infondato – del povero ragazzo nell’omicidio del militante di sinistra Valerio Verbano.  Gli assassini di Mancia – questo però lo si saprà solo dopo l’omicidio – hanno passato la notte rinchiusi all’interno del furgoncino in attesa dell’agguato. Con lo stesso pullmino lo squadrone della morte si è poi allontanato rendendosi uccel di bosco. Finché, a un certo punto, c’è stato il trasbordo su una Mini Minor rossa che farà perdere ogni traccia. La violenza non si ferma: il giorno dopo, il 13 marzo, una bomba esplode davanti casa di Mario Pucci, giornalista del Secolo d’Italia, il cui figlio è un attivo militante della sezione Flaminio. Imponenti funerali di Angelo Mancia in piazza Esedra, alla presenza di tutta la comunità missina. I giornali, tutti i  giornali, continuano a infangare Angelo Mancia definendolo un picchiatore, un delinquente e altro, tanto che il Secolo è costretto a pubblicare il certificato penale dal quale risulta che Mancia era incensurato. Capitava anche questo allora. L’offensiva comunista prosegue: altri bar assaltati, altre sezioni distrutte, tra cui la Prati, la cui esplosione danneggia anche lo stabile. Ma i missini serrano i ranghi e non cedono, sopporta l’ondata di terrorismo senza precedenti e denunciano l’esistenza di un piano fatto a tavolino, perché è impossibile che lo Stato abbia perso del tutto il controllo della sua capitale, così come è impossibile che tanta gente abbia familiarità e disponibilità di esplosivi e armi. Almirante, Marchio e gli altri dirigenti iniziano visite in tutte le sezioni romane in una controffensiva culturale e pacifica. Qualche giorno dopo, nella federazione del Msi di Roma, Mancia è ricordato con le parole di Orazio: “Non morirò del tutto”.