L’ultima fucilazione in Italia fu il 5 marzo 1947: se anche Rai e Corriere sbagliano

Avvenne il 5 marzo 1947 l’ultima fucilazione in Italia, e non il 4, come abbiamo letto e visto in questi giorni su organi di stampa anche autorevoli. Tre appartenenti alla Repubblica Sociale Italiana furono uccisi alla Spezia. Una vicenda semi-sconosciuta con un orrido finale. Da sempre in realtà si crede che gli ultimi fucilati in Italia siano stati tre criminali comuni rei di un grave atto di sangue: ossia l’uccisione, a scopo di rapina, di ben 10 persone, in una cascina in provincia di Torino, a Villarbasse, il 4 marzo 1947. I tre, incatenati e scortati, furono accompagnati da padre Cipolla, all’epoca cappellano delle carceri Nuove. Poi gli ultimi istanti fino alla scarica finale, presenti anche alcuni giornalisti, fra cui un giovane Giorgio Bocca. Ma non fu questa l’ultima esecuzione capitale in Italia. Meno di 24 ore dopo, all’interno del forte Bastia, uno di quelli lato terra che circondano La Spezia, altre tre persone vennero passate per le armi, intorno alle 5, prima ancora che sorgesse il sole. Si trattava di Emilio Battisti, già questore ausiliario di La Spezia; Aurelio Gallo, nato a Udine, responsabile del Servizio Investigativo Autonomo che aveva agito sotto il controllo della SD tedesca alla Spezia; Achille Morelli, brigadiere della Guardia nazionale repubblicana (alcuni fonti indicano la Polizia Repubblicana), sempre alla Spezia. E anche se furono questi i tre ultimi condannati a morte passati per le armi in Italia, in quanto fascisti, non si volle concedere loro neppure questo riconoscimento, preferendolo attribuire a tre criminali comuni siciliani. Del resto dei 91 fucilati effettivamente, per sentenze emesse dalle Corte d’Assise Straordinarie o dalle Sezioni Speciali dei Tribunali Straordinari, si è sempre parlato pochissimo. Per avere una lista ci si può rifare ad una lista pubblicata da Acta, il periodico dell’Istituto Storico della Repubblica Sociale n°63 (maggio/luglio 2007), in cui i fucilati sono ripartiti per provincia, tutte nell’Italia settentrionale. Salvo nel caso dell’ex ministro degli Interni Buffarini Guidi, fucilato a Milano nel luglio del 1945, si tratta di personaggi molto poco conosciuti, se non anonimi. In quel periodo il caso e la fortuna giocò un ruolo importante. Nelle settimane a cavallo della fine del conflitto, fu eliminato un numero molto alto di persone. Dopo la grande mattanza fra la fine di aprile e la metà di maggio del 1945, continuarono a operare le Corti d’Assise Straordinarie. I primi a passare al loro giudizio furono gli italiani accusati di aver avuto un ruolo nella rappresaglia dopo la strage di via Rasella a Roma (38 militari tedeschi uccisi insieme a 6 civili italiani).

Clima pesante nelle corti d’assise straordinarie

Il clima che si viveva in quei processi lo descrive un filmato girato da un giovane Luchino Visconti presso l’allora Palazzo di Giustizia, oggi sede della Corte di Cassazione, nel cuore di Roma. Una folla enorme si agitava e gli imputati, il principale dei quali era l’ex questore Caruso (catturato dopo che era stato ricoverato a Viterbo per le ferite riportate in un incidente stradale mentre lasciava la capitale prossima a essere occupata). Gli imputati erano protetti da un servizio d’ordine imponente ma quando in aula apparve il dottor Carretta, testimone e non accusato, una donna iniziò ad inveire contro di lui, che venne aggredito, nonostante anche un ufficiale statunitense tentasse di difenderlo. Portato sul lungotevere, massacrato di botte, venne gettato nel fiume e finito a colpi di remo. Il cadavere fu poi trasportato al vicino carcere, dove abitavano moglie e figlia e appeso a una inferriata. Una ferocia bestiale, a carico di un innocente. Caruso invece finì fucilato il 22 settembre 1944 a Forte Bravetta, con Visconti che riprese anche questa scena. In molti casi il clima che si respirava nelle Corti d’Assise Straordinarie era simile, per cui fioccarono centinaia di condanne a morte, nonostante l’amnistia proclamata da Togliatti che non si applicava però a tutti i reati. La Costituente decise di abolire nuovamente la pena di morte dall’ordinamento penale civile, per cui le fucilazioni effettuate terminarono nel 1946 anche se ufficialmente l’abolizione ufficialmente sarebbe partita il 1° gennaio 1948. Ma presa questa decisione era chiaro che non aveva senso mandare i condannati davanti al plotone d’esecuzione. Questi erano composti da agenti della Pubblica Sicurezza e della Polizia Metropolitana (come nel caso di Caruso) per i civili e da Carabinieri per i militari. Furono fatte appunto solo due eccezioni, per i tre responsabili della strage di Villarbasse e per tre fascisti condannati a morte dalla corte d’Assise straordinaria della Spezia. Il governo in carica volle chiudere questo drammatico capitolo facendo fucilare tre responsabili di un gravissimo delitto comune che aveva impressionato il Paese e tre fascisti per i quali i comunisti facevano forti pressioni, minacciando più volte di ricorrere a metodi violenti e sbrigativi. Bisogna dire che all’epoca certe minacce non erano campate in aria. Sta di fatto che il presidente della repubblica De Nicola respinse le domande di grazie e le due esecuzioni vennero effettuate a meno di 24 ore di distanza. Ma se della prima rimangono testimonianze e immagini, della seconda si è quasi persa la memoria.

La guerra civile nello Spezzino fu durissima

 La guerra civile alla Spezia assunse carattere particolarmente duro. Vi era una grande base navale, con molte strutture militari anche in provincia. Il terreno era però montuoso e favorevole alla guerriglia e il partito comunista aveva una buona struttura, ramificata in arsenale e nei cantieri. I tedeschi presidiavano tutte le installazioni e anche la Rsi poteva contare su varie strutture, fra cui la sede della X Mas. I partigiani, in particolare dall’inizio del 1944, portarono avanti diverse azioni ma subirono una dura repressione, facendo registrare forti perdite. La situazione fu aggravata anche dai bombardamenti “alleati”, in particolare dalla primavera del 1943, che causarono ingenti distruzioni in città e molte vittime. Oltre alle strutture militari italiane e tedesche operò la X Mas e il Servizio Investigativo Autonomo, un gruppo alle dipendenze dell’SD tedesco, meglio noto come Banda Gallo, dal nome del suo comandante, Aurelio Gallo, nato a Udine. Si trattava di una delle formazioni che, con l’appoggio tedesco, s’impegnarono contro le formazioni partigiane, in particolare quelle urbane, ad iniziare dai Gap, responsabili di molte uccisioni. L’attività di questa formazione non fu famosa come quella di altre unità di questo tipo anche perché era relativamente piccola. Italiani della Rsi e tedeschi scoprirono una rete della resistenza attiva all’interno della questura, che fu smantellata, arrestando molto personale, portato in motozattera prima a Genova e poi deportato; una esperienza da cui diversi non tornarono. La Spezia resistette fino al termine del conflitto, quando vi fu l’avanzata finale alleata, in precedenza fermata a lungo in provincia di Apuania (oggi Massa Carrara). I partigiani si dettero alla caccia al fascista ma quelli più in vista avevano ripiegato verso il nord, al seguito dei reparti tedeschi. Si dette loro la caccia, spesso riuscendoli a scovare. Per esempio, Aurelio Gallo fu arrestato nel dicembre del 1945.

Manifestazioni del Pci per far eseguire la condanna

Il processo alla Banda Gallo iniziò presso la Corte d’Assise straordinaria il 6 maggio 1946. Imputati (alcuni degli accusati erano morti o ancora latitanti) erano: Aurelio Gallo, Emilio Battisti (ex questore ausiliario), Achille Morelli (brigadiere Gnr), Aldo Capitani (nato alla Spezia il 29 ottobre 1924), Matteo Guerra (nato ad Altavilla il 28 ottobre 1924), don Rinaldo Stretti (nato il 2 gennaio 1900), Pasquale Rocco, agente di custodia, Rosaria Di Matteo (madre di Matteo Guerra), Anna Guerra (nata il 28 ottobre 1924, sorella gemella di Matteo). Fra gli imputati il sacerdote Rinaldo Stretti, accusato di aver partecipato a interrogatori. Alcuni degli imputati erano giovanissimi. Come si vede si trattava di pochi imputati, di cui ben tre facenti parte del medesimo nucleo familiare. Anna Guerra, figlia e sorella di altri due imputati, all’epoca dei fatti era una diciottenne. Gli imputati furono rinchiusi nel carcere di Villa Andreino e processati dalla Corte d’Assise Straordinarie. Nella guerra civile tutte le parti si erano comportate con durezza se non con ferocia. Nella città ligure vi erano stati molti attentati e uccisioni, a cui si era risposto, da parte tedesca e italiana, con rastrellamenti ed esecuzioni. E per ottenere informazioni si era fatto uso, su entrambi i fronti, alla tortura. Di sicuro il clima in aula non era assolutamente adatto per un giudizio sereno, come in molti altri casi simili. In città la tensione era molto alta, e il Pci organizzò manifestazioni in città e davanti al tribunale, chiedendo pene severe e dando a intendere che avrebbe voluto linciare gli imputati. Per prevenire questa eventualità era stato disposto un imponente schieramento di sicurezza: Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, con rinforzi giunti da fuori. Il clima in aula era rovente. Il 14 maggio fu emessa la sentenza: condanna a morte per Gallo, Battisti, Morelli, Matteo Guerra, Capitani. La Corte di Cassazione cassò la sentenza per “insufficienza di motivazioni”, rimandandola alla Corte di Genova. Questa trasformò la sentenza capitale per Aldo Capitani e Matteo Guerra in 30 anni di reclusione, confermata in Cassazione il 9 dicembre 1946. Ma intanto si sapeva che la pena di morte stava per essere abolita e i comunisti iniziarono una serie di manifestazioni e minacce perché la sentenza fosse eseguita, minacciando disordini e violenze. Questa linea di condotta ebbe i suoi risultati.

La folla aizzata dal Pci: “Vogliamo vedere i cadaveri!”

L’esecuzione, dopo che la grazia fu respinta, venne fissata per il 5 marzo 1947, presso il forte di Bastia, nella periferia orientale della città, nei pressi di Vezzano Ligure. Probabilmente si voleva chiudere il capitolo delle esecuzioni, dando soddisfazione all’opinione pubblica per la strage di Villarbasse e al Pci per i condannati della Spezia, evitando il rischio di gravi disordini, dato che non solo in città il partito era forte e ben organizzato ma giravano molte armi. I condannati furono portati dal carcere al forte prima delle 5. Ad attenderli vi era un plotone d’esecuzione composto da carabinieri. Ad assistere vi erano poche persone. Come era prescritto la sentenza avvenne per fucilazione alla schiena. Tre sedie costruite appositamente erano fissate da quattro pioli infissi nel terreno, e i condannati vi vennero legati con le spalle al plotone d’esecuzione che, a sua volta, volta le spalle ai condannati. Un sacerdote dette gli ultimi conforti religiosi. Il comandante urlò “Fuoco!”, seguito dalla scarica. Il Morelli rimase ucciso sul colpo; Emilio Battisti era solo ferito e mormorò “sono ancora vivo”; il Gallo, incredibilmente, era illeso. Sembra che si voltasse lentamente all’indietro e dicesse: “Non dovreste più sparare, ma fate come volete”. Il comandante del plotone, davanti a una situazione veramente drammatica, ordinò di ricaricare e ordinò nuovamente il fuoco. Il Gallo questa volta venne colpito e ucciso e l’ufficiale si avvicinò per dare i colpi di grazia con la sua Beretta 34, come prevedeva la procedura. I cadaveri vennero slegati e sistemati in bare. Le tre sedie furono fracassate e bruciate, altro elemento ricorrente. Caricate su di un furgone, le salme furono portate nel cimitero di Boschetti e sistemate in tre fosse anonime, già preparate in precedenza. Nella mattinata venne diffusa la notizia della fucilazione. Ma a questo punto davanti al tribunale si riunì una folla minacciosa che chiedeva a gran voce di poter vedere i cadaveri, spostandosi poi al cimitero, dove si radunarono migliaia di attivisti. Ovviamente i magistrati non volevano cedere ma la tensione crebbe al tal punto che, alla fine, fu deciso di disseppellire le bare e di aprirle per far vedere i cadaveri. In un clima di grande confusione, le bare furono aperte e i cadaveri vennero raggiunti da sputi e colpi. Uno spettacolo che fornisce un quadro della situazione in alcune parti d’Italia in quei mesi. Così, con un’orgia bestiale di violenza, si chiuse il periodo della pena di morte in Italia, rimasta, fino al 1994, nel solo codice Militare di Guerra. Visto quello che successe non meraviglia che fu fatto di tutto per non ricordare l’evento di settanta anni or sono. Bisogna aggiungere che i condannati a pene detentive anche lunghe, grazie ad amnistie e indulti, furono liberi entro il 1952, ricordando che questi benefici andarono in favore anche di molti ex partigiani, responsabili di gravi crimini e come alcuni di loro fuggirono oltre Cortina o comunque all’estero.

(Non esistono foto della fucilazione della Spezia. Nell’immagine, il massacro di Dongo)