Il lato B di Moretti: in Italia i manager pensano a pararsi il c***, io no

E’ un fiume in piena, il neo-condannato Mauro Moretti. E sembra che l’ex-Ad di Ferrovie non aspettasse altro che questa audizione di fronte ai membri della Commissione Attività Produttive della Camera per togliersi non uno ma tanti sassolini dalle scarpe. Ne ha per tutti il boiardo di Stato che Matteo Renzi ha fortissimamente voluto alla guida di Finmeccanica poi ribrandizzata Leonardo affiancando l’ex-capo della polizia, Gianni De Gennaro. E sembra che la recente condanna a 7 anni per il disastro ferroviario di Viareggio del 29 giugno 2009 – 32 vittime bruciate vive nel rogo del treno carico di gpl esploso dopo il deragliamento per la rottura di un assale – anziché fiaccarlo e renderlo più cauto, soprattutto nelle sue dichiarazioni estemporanee, lo abbia caricato come una molla.

Davanti ai parlamentari che lo ascoltano si esprime iperbolico e greve, rispolverando lo stile del vecchio sindacalista Cgil, senza peli sulla lingua e mostrando il suo lato B: «Il manager che, arrivato in un’impresa, deve prendere una decisione: svalutare o non svalutare, pararsi il culo o pensare al futuro del’impresa cosa dovrebbe fare? Normalmente in Italia si fa la prima azione, si sta tranquilli».

Poi rinforza il concetto ma in maniera più soft: «Spesso si fanno delle valutazioni un po’ burocratiche» e «non si accettano i rischi, anche perché – annota Moretti – spesso producono tanti e tanti nemici che, naturalmente, la fanno pagare. Io sono fatto in maniera diversa, preferisco assumere rischi, perché un Ad che non sa fare questo vuol dire che è inutile».

Tratteggiato, in maniera così eccessiva il suo autoritratto, l’Amministratore Delegato di Leonardo passa a occuparsi di chi lo ha preceduto. E non è tenero: «Quando sono arrivato non ho trovato un Piano industriale né era mai stato fatto prima». I suoi predecessori, da Alessandro Pansa a Giuseppe Orsi e, soprattutto, all’ex-monarca Pier Francesco Guarguaglini, sono sistemati per le feste.
Il gruppo, ricorda l’Ad di Leonardo ai parlamentari frastornati da questa salva di fuochi d’artificio che fanno tremare le auguste mura istituzionali «era frantumato, con tante imprese con sopra un feudatario con una specie di operatore lontano, che dava buoni consigli ma riceveva calci agli stinchi».

Di qui i complimenti a sé stesso: «Da quando questo gruppo di persone lavora insieme non abbiamo fatto un centesimo di debito». E quelli presenti nei conti di Leonardo «li abbiamo ricevuti da quelli che, secondo la stampa di questi giorni, lavoravano meglio di noi».