“In Between”, il film palestinese che ha scatenato gli integralisti islamici

Un esperimento analogo condotto in America con il lungo seriale di Sex and the city, ed è stato osannato dalla critica e applaudito dal pubblico, tanto da giustificare addirittura il passaggio dal piccolo al grande schermo con ben due pellicole, ideali sequel del prototipo televisivo. Ma quando la stessa operazione cinematografica viene tentata da una giovane regista palestinese, quale può essere la riposta?

“In Between”, l’opera che ha scatenato gli integralisti islamici

È presto detto: e così, partendo dalla sceneggiatura di un film che si interroga sulle possibilità sociali ed esistenziali di tre ragazze arabe decise a conquistare a Tel Aviv l’affermazione della propria individualità a dispetto di dogmi familiari, credo religioso e contesto socio-politico, si è arrivati alla realizzazione di In between, il film che segna il debutto della giovane regista palestinese, Maysaloun Hamoud che, ha dichiarato, «con la sua opera prima voleva scuotere il sistema». E a giudicare dalle accese reazioni scatenate dalla sua pellicola d’esordio, sembra ci sia proprio riuscita. Anzi, ha finito per fare e ottenere molto di più:  l’opera ha indignato gli integralisti islamici e scatenato la loro furia estremista, tanto che la regista, che ha ricevuto minacce di morte, ancora recentemente ha dichiarato: «Sono un bersaglio».

Lo script del film, le intenzioni della regista

E allora la pellicola – il cui titolo italiano con cui arriverà nelle nostre sale il 6 aprile è Libere, disobbedienti, innamorate ­– prova a raccontare cosa fanno – e cosa invece non potrebbero fare secondo i dettami culturali con cui sono state cresciute ed educate – tre ragazze arabe a Tel Aviv. E la risposta, all’inizio, sembra essere semplice, ma poi così scontata non è: cercano di costruire e di dare corpo alla dimensione di una nuova quotidianità all’interno della quale affermare la propria identità. E quindi amano, si divertono, si concedono anche loro qualche eccesso di troppo, si abbandonano agli stravizi occasionali e soffrono, piangono, inseguono i loro sogni, inciampano e provano a rialzarsi. Ma forse è proprio questo raccontare una “normalità così occidentalizzata” che ha scatenato l’ira funesta dei detrattori della pellicola e della sua regista.

Tre prototipi femminili, uno sguardo sull’educazione religiosa

E allora, perché tanta furia da parte degli integralisti palestinesi? L’opera d’esordio della regista racconta una Tel Aviv inedita, in cui si balla, si beve, si fuma e si parla liberamente di sesso e sessualità: una mondanità metropolitana che ricorda molto da vicino quella del prototipo americano di cui si accennava poco fa di Sex and the city. E il paragone non è casuale: per molti critici, infatti, il film ha la pecca di aver voluto essere o comunque emulare l’archetipo americano finendo per diventare semplicemente il «Sex and The City arabo», con più hijab – il velo islamico – e meno glamour da quinta strada, ma con la stessa spasmodica voglia di indipendenza e di emancipazione delle tre protagoniste dell’opera palestinese: Leila, Salma e Noor, rispettivamente un’avvocatessa penalista che preferisce l’indipendenza affettiva dal fidanzato che si rivelerà presto un giovane ottuso e intransigente; una appassionata dj finita all’indice della famiglia cristiana per la sua dichiarata omosessualità; e, infine – forse il ritratto più complesso e articolato – l’ultima: una studentessa musulmana osservante, sentimentalmente legata a un ragazzo che è un fanatico religioso, freddo e anaffettivo e che non apprezza la libertà mentale e comportamentale delle coinquiline della futura moglie.

Dopo la censura, le violente minacce di morte

Ed è proprio da questo centro non lontano da Tel Aviv, bastione in Israele del Movimento islamico, che sono arrivati i più violenti strali critici lanciati contro il film e la sua regista. La stessa municipalità ha emesso un comunicato per condannare la pellicola di Maysaloun Hamoud, censurandone il contenuto e impedendone la proiezione nei cinema. E se tutto questo non fosse già abbastanza, ignoti hanno provveduto a chiudere il cerchio dell’attacco con efferate minacce di morte indirizzate sia contro la giovane regista che contro le tre attrici. “Sapevo che il film avrebbe fatto parlare, lo scopo era proprio quello di scuotere il sistema, ma non pensavo si arrivasse a tanto», ha raccontato la regista dalle colonne dell’Hollywood Reporter. Una risposta all’attacco critico del sindaco di Tel Avic che commentando il film ha esordito: «Non l’ho vista, ma… La pellicola è vietata, soprattutto alle ragazze». E invece, come rilevato proprio dalla regista, «le persone sono andate a vedere il film per capire il perché di tutta questa polemica». Ma già dal titolo, dal duplice significato, qualche reazione – anche se non così violente – poteva in qualche modo aspettarsele: il titolo originale, Bar Bahr, gioca su un duplice significato: in arabo Tra terra e mare, in ebraico Né qui, né altrove. In inglese? In between, Nel mezzo