Il caporalato nel piatto: un focus spiega da dove proviene ciò che mangiamo

Difficilmente, quando ci si appresta a consumare un bel piatto di spaghetti al pomodoro, ci si sofferma a riflettere sulla provenienza degli ingredienti che hanno reso possibile la sua realizzazione. E allora, nell’atto di degustare non pensiamo per esempio che, a proposito delle conserve di pomodoro cinesi, che probabilmente esiste ancora, e continua ad essere al centro delle critiche internazionali, il fenomeno dei laogai: i  campi agricoli lager che secondo alcuni sarebbero ancora attivi, nonostante l’annuncio della loro chiusura. Non a caso, come rilevato dalla Coldiretti a riguardo, solo nel 2016 sono aumentate del 43% le importazioni di concentrato di pomodoro dal Paese asiatico che hanno raggiunto circa 100 milioni di chili, pari a circa il 10% della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente. E allora, un focus spiega come, dal riso asiatico ai pomodori della Cina, spesso quello che arriva sulle nostre tavole è frutto di sfruttamento del lavoro minorile e gravemente dannoso per la salute…

Un focus spiega da cosa proviene il cibo che finisce nei nostri piatti

E allora, dal riso asiatico alle conserve di pomodoro cinesi, dall’ortofrutta sudamericana a quella africana in vendita nei supermercati italiani fino ai fiori del Kenya: quasi un prodotto agroalimentare su cinque che arriva in Italia dall’estero non è stato fatto seguendo le normative in materia di tutela dei lavoratori, a partire da quella sul caporalato, vigenti nel nostro Paese. È quanto è emerso alla presentazione del quinto Rapporto #Agromafie2017 elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, nel quale è contenuto un focus specifico dedicato al “caporalato nel piatto”, con l’esposizione degli alimenti più a rischio presenti sugli scaffali. Un problema che riguarda anche il riso straniero, i cui arrivi in Italia hanno raggiunto il record nel 2016, con una vera invasione dall’Oriente, da cui proviene quasi la metà delle importazioni. Nel dettaglio, rende noto il rapporto, l’aumento varia dal +48,9% per gli arrivi dal Vietnam al +46% dalla Thailandia, per effetto dell’introduzione da parte dell’Ue del sistema tariffario agevolato per i Paesi che operano in regime Eba a dazio zero. «Un regalo alle multinazionali del commercio – denuncia la Coldiretti – che sfruttano gli agricoltori locali, i quali subiscono peraltro lo sfruttamento del lavoro anche minorile e danni sulla salute e sull’ambiente provocati dall’impiego intensivo di prodotti chimici vietati in Europa».

Dal riso asiatico ai pomodori cinesi, il frutto dello sfruttamento minorile

Non solo riso: risultano rilevanti, infatti, anche le importazioni di nocciole dalla Turchia, sulla quale pende l’accusa per lo sfruttamento del lavoro delle minoranze curde; e ancora, il problema dello sfruttamento riguarda anche le rose dal Kenya per il lavoro sottopagato e senza diritti, i fiori dalla Colombia, dove è stato denunciato lo sfruttamento del lavoro femminile o la carne dal Brasile dove è stato denunciato il lavoro minorile. Le banane sono il terzo frutto più consumato in Italia, ma su quelle che vengono dall’Ecuador sono stati segnalati trattamenti chimici fuorilegge in Europa, mentre lo zucchero di canna, divenuto di gran moda, viene ottenuto in Bolivia in piantagioni dove si segnala l’abuso nell’utilizzo di stimolanti per aumentare la resistenza al lavoro. Infine, in base al focus congiunto che stiamo esaminando, ci sono trattative in corso anche per i prodotti frutticoli con i Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) dove non ci sono le stesse norme di tutela di lavoro vigenti in Italia. L’Argentina, che è nella lista nera del dipartimento di Stato americano per lo sfruttamento del lavoro minorile nelle coltivazioni di aglio, uva, olive, fragole, pomodori, ha aumentato le esportazioni di prodotti ortofrutticoli in Italia del 17% nel corso del 2016; mentre l’Egitto, con le importazioni di ortofrutta in Italia che sono aumentate del 20% nel 2016 rispetto all’anno precedente, ha raggiunto i 100 milioni di euro. Pecxato però che, dal Paese nordafricano arrivino fragole che il sistema di allarme rapido Ue indica tra i cibi più contaminati per residui chimici…