I Sioux marciano sulla Casa Bianca: «No oleodotto nelle terre dei nostri avi»

Dopo quattro giorni  di riunioni e preghiere a Washington, le tribù dei nativi americani  sono pronte a marciare oggi verso la Casa Bianca per chiedere il  rispetto dei loro diritti e un incontro con il presidente Donald  Trump. Forza trainante della “Native Nations Rise march” è la tribu  Sioux di Standing Rock, che si è battuta a lungo contro l’oleodotto Dakota Access che attraversa le terre ancestrali. La protesta ha  galvanizzato numerose altre tribù, generando un’ondata di attivismo  che non si vedeva da anni fra i nativi.

“Non abbiamo mai fatto parte di un movimento che ci rappresentava in  maniera così importante e possente. Una resistenza guidata dagli  indigeni”, spiega la 26enne Eryn Wise, fra i i leader del Consiglio  Internazionale della Gioventù Indigena, un gruppo nato durante la protesta per l’oleodotto.

I Sioux si sono strenuamente opposti  alla costruzione del Dakota Access pipeline, denunciando i rischi per  l’acqua potabile e la mancata consultazione della tribù da parte del  governo. Nel frattempo l’esercito ha concesso  facilitazioni alla società costruttrice, la texana Energy Transfer  Partners, per alterare in parte il percorso. I Sioux sono tornati in  tribunale e una decisione è attesa per aprile, ma i lavori sono già  cominciati.

A Washington per la marcia, la Wise spiega che l’approvazione dell’oleodotto non significa che la guerra dei Sioux sia persa. “C’è una  minaccia in corso – spiega – contro i diritti indigeni alle nostre  sacre terre e risorse. Ma prima nessuno ne parlava. Siamo diventati il centro di un più grande movimento… siamo ancora qui. Continuiamo a  combattere per il futuro dei nostri figli, per il nostro territorio”.