Il docente nero, le ronde, l’imam: la Parma multietnica nel giallo di Varesi

Tutto è cambiato, negli anni, a Parma. I quartieri, la gente, persino i delitti. Così il commissario Soneri, personaggio creato da Valerio Varesi per i suoi noir ambientati tra le nebbie dell’Appennino romagnolo, si trova ad indagare sulla morte del giovane tunisino Hamed (Il commissario Soneri e la legge del Corano, Frassinelli, pp. 328, euro 18,50). 

Un delitto che si complica via via che si aggiungono testimonianze, sospetti, colloqui, pedinamenti attraverso i quali Soneri intuisce un sottofondo torbido di cui la città è ormai prigioniera, in un clima di crescente tensione: ci sono le ronde organizzate da un commerciante con simpatie leghiste, ci sono le conferenze sulla morte della civiltà europea organizzate da un docente che non ha problemi a dichiararsi fascista, c’è un imam ambiguo e arrogante, e c’è una polizia che si sente tra due fuochi, impotente e allo stesso tempo presa di mira per la sicurezza che manca. Al punto che l’ispettore che collabora con il commissario Soneri a un certo punto sbotta: “Mi sono rotto i santissimi di sentir dire che dobbiamo essere tolleranti, che ci vuole l’integrazione, che c’è quell’altra cosa… la globalizzazione che mischia tutto. La sinistra è solo capace di calare le braghe…Dottore, la destra sa parlare alla gente“. Discorsi che Soneri, figlio di partigiano, non ama ascoltare finché non è la sua stessa compagna, Angela, a sottolineare: “Io il velo non me lo metterò mai”. 

Che cosa combina in definitiva Varesi con questo giallo dove non c’è una netta distinzione tra buoni e cattivi, dove c’è anche spazio per celebrare la succulenta cucina romagnola, dove c’è anche la difesa di una polizia lasciata senza mezzi dinanzi all’aumento della criminalità? Cala il suo intreccio di misteri in un contesto attualissimo, che è quello di molte altre città del Nord, dove la politica non sa fornire risposte ad un’immigrazione incontrollata, che si appropria dello spaccio e delle periferie guardandosi in cagnesco con gli italiani, alla faccia della bella retorica sull’integrazione. Un problema che non è solo di ordine pubblico ma anche culturale, come Soneri potrà toccare con mano quando scoprirà che uno dei maghrebini tenuti d’occhio dalla polizia va in biblioteca a studiare libri su Giovanni da Modena, il pittore responsabile dell’affresco di Bologna in cui Maometto sta all’inferno. E la conferma arriverà proprio dall’incontro con l’imam Brahimi: “Quella che Marx chiamava la lotta di classe, in noi si condensa in un’identità religiosa che è una visione del mondo rivoluzionaria rispetto alla vostra vuota stanchezza”. 

Parole che provocano turbamento come quello del professore “nero” che tuona contro l’invasione islamica: “Davvero crede che tutto finirà con una reciproca comprensione? Che tutti ci ritroveremo davanti all’altare della Costituzione a celebrare la santa convivenza? Che pusillanimi, pensa che ‘sti barbuti verrebbero a chiederci il permesso di diffondere il loro verbo? Lo capisce che è in gioco la nostra cultura? Cosa potranno fare quattro vecchi contro plotoni di giovani invasati?”. 

Ecco, il romanzo si può leggere come un giallo ma anche come la testimonianza di una crisi che appare senza via di uscita. Dinanzi alla quale siamo tutti “ciechi” come il vecchio Forlai, il personaggio del romanzo che ha dato ospitalità al tunisino ucciso e che ora è prigioniero di un meccanismo più grande di lui. Il simbolo di chi non vuol vedere? Il simbolo di chi manca di consapevolezza? Il simbolo, soprattutto, di chi non ha certezze.