Black bloc in piazza, Roma in assetto di guerra. E la chiamano libertà

E’ una Roma strana. Una Roma che ha un sapore amaro quella che ospita i leader europei nei Palazzi e i black bloc in piazza. Tutti insieme, in un cocktail infernale. La tensione è palpabile nel suono delle sirene che da giorni è diventato un sottofondo, e negli occhi di chi è costretto ad avventurarsi nelle strade della Capitale. Passano gli artificieri, passano i carabinieri, ci sono i militari all’ingresso delle stazioni della metro, altri militari sorvegliano le scale mobili. Si vedono i mitra, le camionette chiudono le arterie a rischio. Zona verde, zona blu, zona pericolosa, «di qui non si passa», «restate a casa», «chiudete le finestre».

Assetto di guerra per i black bloc in piazza

Un assetto di guerra. Che incute timore ma che è necessario. Fondamentale. Perché si corre ai ripari, si cerca di rimediare a un errore grave: aver autorizzato cortei a chi è abituato a distruggere, a devastare, a creare disordini, a insultare gli uomini in divisa, a incendiare, a cercare qualsiasi pretesto per colpire. Nella convinzione di farla sempre franca. E gli antagonisti hanno ragione a sentirsi intoccabili, perché nei loro confronti c’è sempre stato “perdonismo”, è la seconda o la terza generazione dei “compagni che sbagliano” e dei “bravi ragazzi”. Non a caso si chiamano centri sociali fino a quando non scoppiano le violenze. In quel momento, magicamente, cambiano nome e diventano black bloc. Come se fossero due cose diverse. Manifestano insieme, vengono da ogni parte d’Italia e dall’estero, sono collegati. E restano loro i migliori alleati di quest’Europa che è altrettanto violenta, devastante, distruttiva. Due facce della stessa medaglia.