8 marzo, Chiara Appendino copia lo slogan delle ragazze del Msi

E’ sindaco dei torinesi da dieci mesi, ha rottamato un politico di lungo corso come Piero Fassino, è risultata prima nel  sondaggio Ipr per il Sole 24 Ore che testa il gradimento degli amministratori. Chiara Appendino ha trentadue anni e nel suo linguaggio non c’è traccia del rivendicazionismo di eredità femminista. 

Anzi, a proposito dell’8 marzo, liquida la questione ricorrendo a una parola d’ordine, complementarietà tra i sessi, che negli anni Settanta solo le ragazza del Msi avevano il coraggio di pronunciare.  “Non esiste una contrapposizione tra donna e uomo”, precisa infatti Appendino quando le si chiede quali sono le difficoltà per un’amministratore donna in un mondo, quello della politica, ancora molto maschile, “ma credo – aggiunge – che debba esserci una complementarietà che forse ancora manca in molti ambiti della nostra società e quindi anche in politica”.

Di certo, la sindaca di Torino, non ha mai mostrato una predilezione particolare per le cosiddette ‘quote rosa’ definite piuttosto “uno strumento, non un obiettivo”. “La sfida – ribadisce oggi alla vigilia dell’8 marzo – è arrivare a una leadership senza più distinzioni di genere, tra femminile e maschile. C’è ancora strada da percorrere e la ricorrenza può essere l’occasione di verificare il cammino fatto”.

Interessante notare nelle parole di una giovane esponente politica, cresciuta nell’era post-ideologica, tracce di battaglie culturali remote ma evidentemente non così sterili come si sarebbe propensi a credere. Ma quali erano queste ragazze del Msi che proponevano di affrontare la sfida culturale col femminismo dilagante facendo leva sul concetto di complementarietà? Erano le ragazze del mensile Eowyn, una vera rarità nel conformistico mondo della destra del tempo (era ideato e scritto solo da donne). Si deve a quella pattuglia il superamento delle stereotipo legati agli anni Trenta della “madre e sposa esemplare”. Si deve a loro, per gli studiosi delle idee culturali della destra italiana, l’introduzione nel linguaggio politico degli anni Ottanta del concetto di differenza della donna come valore aggiunto rispetto alla piatta retorica dell’uguaglianza.

Un avamposto coraggioso nella seconda metà degli anni Settanta, dominati dalla narrazione femminista nella sua versione colta e nella sua versione più popolare. Il punto importante era che la redazione di Eowyn considerava la differenza della donna rispetto all’uomo come principio dinamico e non di conservazione, il fine ultimo essendo la piena realizzazione della natura femminile, ritenuto traguardo più importante della sola rivendicazione di diritti. Un dibattito oggi del tutto dimenticato, a vantaggio delle parole d’ordine liberal nemiche di ogni specificità, anche quella femminile, e protese ad identificare i “diritti” con il godimento incontrastato di ciò che è possibile consumare-acquistare (vedi il dibattito sull’utero in affitto). Interessante, ribadiamo, che sia una giovane sindaca non inserita nei giochi dialettici delle vecchie etichette politiche a ricordare, a ricordarci, che c’è stato un tempo in cui la discussione delle donne e sulla donne non era ancora monopolizzata dalla filosofia del gender.