Washington Post diventa un B-Movie: quando il livore fa perdere credibilità

Triste fine per una testata un tempo prestigiosa come il Washington Post. Ormai il quotidiano, schierato con la Clinton e contro Trump, è venuto meno alla missione degli operatori dell’informazione, che è quella di informare, pur restando magati schierato in un campo piuttosto che nell’altro. Ma qui si è superato ampiamente questo limite: il Wasghinton Post e anche altri giornali, hanno usato il loro ruolo come clava per favorire un candidato anziché un altro. I poteri forti che stanno dietro all’o un tempo credibile quotidiano non si arrendo o, neanche dopo l’insediamento democratico del legittimo presidente americano. Nei suoi primi 33 giorni alla Casa Bianca, Donald Trump avrebbe rilasciato 132 dichiarazioni non corrette, fuorvianti o apertamente false. È quanto ha stabilito la squadra di fact checker, gli ormai famigerati controllori dei fatti, assemblata dal Washington Post per controllare minuto per minuto i primi 100 giorni da presidente del tycoon che durante la campagna elettorale è stato costantemente attaccato dai media per affermazioni non corrispondenti alla realtà. L’iniziativa conferma la posizione di completa opposizione a Trump che ha assunto il quotidiano della capitale che ha anche scelto di aggiungere nella sua testata la drammatica frase da film di quart’ordine “Democracy dies in darkness”, la democrazia muore nel buio, diventata ormai lo slogan della storica testata che fece scoppiare lo scandalo Watergate, che portò alle dimissioni di Richard Nixon, nella guerra lanciata da Trump contro i media “nemici del popolo”. Il portavoce del giornale, Kris Coratti, ha spiegato così alla Cnn la scelta editoria: “È qualcosa che ci diciamo da tempo tra di noi parlando della nostra missione, ed abbiamo pensato che fosse una dichiarazione efficace e concisa che spiega chi siamo ai molti milioni di lettori che si sono rivolti a noi per la prima volta nell’ultimo anno”.

Il Post perde tempo a inventare “bugie” di Trump

Parole che fanno riferimento a un dato certo, e positivo, per la stampa americana, cioè che, come scriveva proprio il Post, Trump potrebbe “salvare” i media americani dalla crisi ultra decennale in cui si trovano, come attestano la ripresa che non solo il quotidiano di Washington, ma anche le altre testate storiche bollate stanno registrato in termini di vendite ed abbonamenti online. Tornando alle presunte bugie di Trump, il Post pubblica tutte le dichiarazioni fake, con accanto appunto la verifica dei fatti, finora arrivate da Trump, appunto a oggi 132, secondo il giornale democrat. Non vi è stato un giorno infatti dal 20 gennaio in poi in cui non sia arrivata una affermazione falsa o fuorviante del presidente che, da parte sua, ha lanciato una crociata contro quelle che afferma essere le “fake news”, le notizie false, dei media a lui contrari. Il veicolo principe della diffusione della ‘Trump verità” è notoriamente Twitter – il Post elenca 34 dichiarazioni false – seguito poi da dichiarazioni (31), discorsi preparati (24), interviste (22) e conferenze stampa (18). L’argomento più gettonato da Trump è quello dell’immigrazione: il Post elenca ben 24 false dichiarazioni a riguardo, che per quasi la metà si concentrano nei giorni immediatamente successivi al 27 gennaio, giorno in cui ha annunciato il suo controverso, ed attualmente bloccato dai giudici, divieto d’ingresso nel Paese per i cittadini di 7 Paesi islamici. Consistente, 17, anche il numero delle “bugie” relative all’economia, e creazione di posti di lavoro, e alla sua storia personale.