Vasto, il legale del marito: «D’Elisa non si è mai scusato, anzi lo provocava»

Era stato rinviato a giudizio per omicidio stradale Italo D’Elisa, il ventunenne ucciso a Vasto da Fabio Di Lello, marito della vittima dell’incidente, Roberta Smargiassi. Da quando Roberta è morta, il primo luglio, però, il giovane «non ha mai chiesto scusa» o «mostrato segni di pentimento». Non solo, «era strafottente con la moto. Dava fastidio al marito di Roberta. Quando lo incontrava, accelerava sotto i suoi occhi». A raccontarlo è stato Giovanni Cerella, il legale di Di Lello, cercando di inquadrare il contesto in cui le frustrazioni e il dolore dell’uomo per la perdita della moglie hanno preso il sopravvento, fino a spingerlo a sparare tre colpi di pistola al ragazzo, per poi lasciare l’arma sulla tomba della moglie e consegnarsi ai carabinieri. 

Il rinvio a giudizio per omicidio stradale

In una intervista a Radio Capital, l’avvocato ha anche ricordato che D’Elisa «tre mesi dopo l’incidente aveva ottenuto il permesso per poter tornare a guidare la moto, perché gli serviva per andare a lavorare». Una circostanza che aveva provocato un nuovo choc a Di Lello, già fortemente «depresso per la perdita della moglie». A far precipitare lo stato emotivo dell’uomo, però, potrebbe essere stato un aspetto della linea difensiva di D’Elisa, che intorno a Natale ha avanzato l’ipotesi che la donna, investita mentre era in motorino, indossasse male il casco e che, quindi, per questo fosse morta. Ma sia la perizia della Procura, sia un video smentirebbero senza ombra di dubbio questa ipotesi. Probabilmente, quindi, avrebbe avuto poco peso in fase di giudizio, dove invece la Procura, suffragata dagli esiti della perizia, avrebbe parlato dell’eccessiva velocità e del mancato rispetto del semaforo rosso.

In molti a Vasto chiedevano giustizia per Roberta

«Mi chiedo, dov’è giustizia? Mi rispondo, forse non esiste! Non dimentichiamo, lottiamo, perché non ci sia più un’altra Roberta», aveva scritto, tra l’altro, Di Lello su Facebook, riuscendo a raccogliere intorno al caso della moglie un ampio movimento cittadino, sfociato anche in manifestazioni e cortei di ricordo e richiesta di giustizia. Palliativi per un dolore che comunque non accennava a diminuire: «Andava molto spesso al cimitero, pensava che giustizia non fosse stata fatta», ha detto ancora l’avvocato Cerella, spiegando però che «incontrandolo non ho mai avuto l’impressione che stesse ipotizzando una vendetta. Sono rimasto sbalordito quando ho saputo. Lui – ha concluso – non aveva dimestichezza con le armi».