“Sovranità”. Così Giorgia Meloni ha portato in piazza Bodin e Schmitt

Se ne parla. Se ne parla in modo dispregiativo. Improprio. Ma la neo-lingua pubblica e i politici non possono farne a meno. La parola è sovranità. E sovranismo. Sovranisti. La destra si presenta come sovranista. Lo è. Perché tale si dichiara. E perchè affronta i “rischi” di tale confessione. Pubblica. Orgogliosa. Meloni e Salvini. Fratelli d’Italia e Lega. I due partiti populisti sono sovranisti. “Italia sovrana in piazza”, ha voluto la leader del Fdi. Manifestazione-manifesto. Non solo prova muscolare. È nata la destra sovranista. Italiana. Erede più del Msi, che di An. E vi si incolla un’altra. La rediviva “destra sociale” di Alemanno e Storace, a congresso. Ambiscono a un polo sovranista. Ma sono le due facce più giovani a più rappresentarla. A renderla appetibile. Smart. Contemporanea. In tv. Su Fb. E twitter. E nelle piazze. E la Meloni – col leitmotiv “Italia sovrana ” – ripropone nella crisi che viviamo, idee forti. Non improvvisate. Per niente fragili. O fast-food. O anche superficiali. Di convenienza. Oppure di congiuntura. La destra ha il back-ground sovranista. Ascendenze culturali non minime. O demagogiche, da occorrenza. Non risposte semplici a complessità. No. I cunicoli della storia riportano la neo-destra della sovranità a un pensiero robusto. Ad autori studiati nelle Università. A volumi poderosi. A intere biblioteche. A padri della filosofia politica.

A dottrine dello Stato. Della Repubblica. Del comando. Alla grammatica della cultura di destra. Eh, la Sovranità è “tornata”: signora e sovrana. Della politica, scienza e prassi. E detta la linea. Addita strade. Segnala precipizi. Rischiara questa notte dell’Occidente. Illumina la faccia dell’Europa. Dell’Unione. Le toglie la maschera. La lascia nella sua nudità politica. La rende reale. Com’è. Non più sogno europeo: incubo. Per famiglie, lavoratori, imprese. Ragazzi disoccupati. Poveri. 

La destra sovranista e la “Republique” 

La destra sovranista rimanda a Bodin. Già, lui. Jean Bodin. Il giurista, il filosofo, il politico: francese. Di oltre quattro secoli fa. Antico. E modernissimo. È lui che teorizzò nei sei “livres” della sua “Republique” – lo Stato, comunità politica – il concetto di “sovranità indivisibile, escludente ogni limite e controllo” (De Benoist). È lui a dire – linguaggio del tempo, concetti contro cui sbatte il muso il quotidiano politico – che “tale potere è perpetuo”. E ci spiega:”Può succedere infatti che ad una o più persone venga conferito il potere assoluto per un periodo determinato, scaduto il quale essi ridivengono nient’altro che sudditi; ora, durante il periodo in cui tengono il potere, non si può dar loro nome di principi sovrani, perché di tale potere essi non sono in realtà che custodi e depositari fino a che al popolo o al principe, che in effetti è sempre rimasto signore, non piaccia di revocarlo”. Chiaro, monsieur Juncker ? Ha sentito signora Cancelliera ? “Così come rimangono signori e possessori dei loro beni quelli che ne fanno prestito ad altri – ci insegna Bodin – ugualmente si può dire di chi conferisce ad altri potere ed autorità in materia di giustizia o di comando; sia che li concedano per un tempo stabilito e limitato, sia fino a che loro piaccia, in ogni caso restano signori del potere e della giurisdizione che gli altri esercitano solo in forma di prestito e di precario. Perciò la legge dice che il governatore del paese o luogotenente del principe, dopo che è spirato il tempo assegnatogli, restituisce il suo potere, da depositario e guardiano qual è del potere altrui. E in questo non c’è alcuna differenza fra l’ufficiale di alto o di infimo grado”. Eurocrati ed euristi sono avvisati. Hai voglia a compilare direttive e raccomandazioni: la sovranità non sta da voi. E pure se ” il potere assoluto concesso al luogotenente del principe si chiamasse sovranità, egli potrebbe valersene contro il suo principe, che sarebbe ridotto a uno zero, e così il suddito comanderebbe al signore, il servo al padrone, il che è assurdo. Per disposizione della legge, la persona del sovrano è sempre esente dall’autorità e da quel potere, qualunque sia, che conferisce ad altri; non ne concede mai tanto da non serbarne per sé ben di più, e non perde mai il diritto di comandare o di giudicare (preventivamente, o in concorrenza, o in riesame), le cause di cui ha incaricato il suo suddito come commissario o ufficiale”. Come dire: come si è entrati nell’Unione, si esce. Non ci sono “cessioni di poteri” (sbagliato dire di sovranità) irreversibili. Perché – scrive ancora l’autore della “Republique” – il sovrano “sempre può revocare a questo il potere che gli è stato concesso sia in forma di commissione sia a titolo d’ufficio, oppure sospenderlo per tutto il tempo che creda….e nemmeno se tale potere fosse dato dalla stessa legge del paese, cosa che avrebbe più valore che non un’elezione”. 

La sovranità è sempre “assoluta”

Questo è anche il senso del bodiniano “potere assoluto”: “Il popolo o i signori di uno Stato possono conferire a qualcuno il potere sovrano puramente e semplicemente, per disporre a suo arbitrio dei beni, delle persone e di tutto lo Stato, e lasciarlo poi a chi vorrà, così come un proprietario può far dono dei suoi beni puramente e semplicemente, non per altre ragioni che per la sua liberalità. E’ questa l’autentica donazione che, essendo una volta per tutte perfetta e completa, non ammette ulteriori condizioni; mentre quelle donazioni che comportano obblighi e condizioni non sono donazioni vere e proprie. Perciò la sovranità conferita a un principe con certi obblighi e a certe condizioni non è propriamente sovranità né potere assoluto, a meno che tali condizioni non siano le leggi di Dio e della natura. (J. Bodin, “Dello Stato”). È lunga la citazione, ma ci riporta al problema. La sovranità è sovranità: dire “cessioni di sovranità” è una contraddizione. La sovranità è in “re ipsa”, è nello Stato, nella Nazione, nel Popolo. Non è cedibile. Non è negoziabile. Ha limiti, ma non può essere trasferita come principio. Una questione che movimenti populisti e sovranisti pongono. Rumorosamente. Contestano l’ Europa fattasi UE. Europa che ha rubato sovranità, senza costruirsi la sua sovranità.   I cittadini in piazza protestano contro questa alterazione dell'”archè”. Perché – come ci insegna Bodin – non si può. A sinistra – quella che pensa e che scrive oltre gli slogan renziani – lo hanno capito. Discutono. Ne soffrono, ma ne prendono atto. Tirano fuori dagli scaffali la “Republique”. Fanno i conti con “l’assolutismo” (anche democratico) di lui, Bodin. “La sovranità politica, nata in Europa come rappresentazione sintetica della nascita dello Stato moderno, pronuncia il proprio atto di morte ‘politico’ nel momento in cui l’Europa sta costruendo la propria unità politica; l’Europa rappresenta il proprio cammino verso l’unità negando alla radice il principio che ha dato forma e vita alla storia politica moderna”, scrive Biagio De Giovanni (“L’ambigua potenza dell’Europa”, Guida Editore). Non si costruisce nulla contro la sovranità. Che è degli Stati. Dei popoli. Delle Nazioni. Del moderno Principe. E bisogna – dice ancora Bodin – “che i sovrani non siano in nessun modo soggetti ai comandi altrui”. Ecco perché Bruxelles, luogo di non-sovranità, oggi non è riconosciuta dai popoli. Che si ribellano. Creando i movimenti populisti e sovranisti. Non è una moda. La “sovranità” unitaria, “absoluta”, nazionale, viene da lontano. È insopprimibile. 

Lo stato d’eccezione di Schmitt

Ed è anche quella che ritroviamo nella tragedia collettiva del quotidiano: i terremoti, le alluvioni, le migrazioni, i terroristi. Nel teatro, di vita e di morte, dell’ Hotel Rigopiano. Cioè: nello “stato d’eccezione”. Nell’emergenza. Chi vi trovate ? A difendervi. A proteggervi. A salvarvi. Chi? L’Unione Europea ? La Bce ? La Commissione di Bruxelles o il Parlamento di Strasburgo ? No, chi ha la sovranità. È lo Stato nazionale. È l’Esercito, sono i Carabinieri, i Vigili del Fuoco, le forze dell’ordine, il Soccorso Alpino. Certo: la Protezione Civile. Le Forze Armate, i Servizi, in altri scenari . Chi chiamate ? Il 112, il 115, il 118. O quale numero europeo? Ricordate ? “Who do i call if I want to call Europe ?”: Henry Kissinger. Ora è tornato nel giro, con Donald Trump. Che sferza l’Europa “tedesca”. 

“Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione… Solo questo caso rende attuale la questione relativa al soggetto della sovranità, che è poi la questione della sovranità stessa… Egli decide tanto sul fatto se sussista il caso estremo di emergenza, quanto sul fatto di che cosa si debba fare per superarlo”, ammonisce Karl Schmitt ne “Il concetto del politico”. E, in definitiva, il “caso d’eccezione rende palese nel modo più chiaro l’essenza dell’autorità statale”. Schmitt è agli antipodi del mondo dorato di Bruxelles. Lá dove si celebra ogni giorno l’adorazione liberale delle regole. Anche di quelle minuziose e asfissianti che vanno dalle maglie delle reti, alle misure dei prodotti agricoli. “L’eccezione – scrive il giurista-filosofo della Rivoluzione Conservatrice –  è più interessante del caso normale. Quest’ultimo non prova nulla, l’eccezione prova tutto; non solo essa conferma la regola: la regola stessa vive solo dell’eccezione. Nell’eccezione, la forza della vita reale rompe la crosta di una meccanica irrigidita nella ripetizione”.

Eh sì, in questo tornante della Storia, con sua Altezza la Sovranità, la politica dovrà fare i conti: “Italia sovrana” non è uno slogan. È una politica. E anche una cultura.