“Rosso Istanbul”, il ritorno a casa di Ozpetek con i colori del Bosforo

“Chi guarda al passato non vede il presente”. E’ questa la filosofia di fondo del film di Ferzan Ozpetek Rosso Istanbul – in uscita il 2 marzo –  liberamente tratto dal romanzo scritto dallo stesso regista nel 2013 e ore ripubblicato da Mondadori. Film malinconico e di atmosfera, incastonato nell’omaggio sentimentale a Istanbul, al suo fascino metamorfico sottolineato dalla struggente canzone di Hildegard Knef, In dieser Stadt (1965) che fa parte della colonna sonora assieme ai rumori di fondo della città.

E c’è – per i due protagonisti, lo scrittore Orhan Sahin e il regista Deniz Soysal – un passato cui guardare senza rimozioni per giungere, come in una rinascita, a rivivere il presente nella sua pienezza, che è fatta soprattutto di paziente attesa, oltre che della presa d’atto dei fallimenti remoti. Orhan è un editor che nel maggio del 2016 torna a Istanbul dopo 20 anni di assenza per aiutare Deniz a finire il suo libro. Ma il suo iniziale distacco rispetto al contesto viene via via assorbito e Orhan si ritrova quasi prigioniero dei suoi ricordi di dolore, ripercorsi attraverso i legami con familiari e amici di Deniz, che sono anche i personaggi del libro da finire. L’uscita di scena di Deniz obbliga Orhan a prenderne il posto, a porsi i suoi stessi interrogativi e a trovare tuttavia nuove soluzioni conoscendo le figure che si muovono sullo sfondo dei rosati tramonti sul Bosforo: la bellissima Neval, l’amica più cara di Deniz, il tormentato Yusuf, l’aristocratica e amatissima madre Sureyya, e ancora il fratello, le civettuole zie, la domestica-guardiana della grande casa di famiglia. E poi ci sono le sfumature del rosso: dallo smalto sulle unghie di Sureyya ai broccati che tappezzano le vecchie stanze di legno dove Orhan è ospite.

“Quando si pensa a Istanbul – afferma Ozpetek – vengono in mente due colori, il blu e il rosso, che a volte si mischiano nel cielo del Bosforo. Il rosso, che si trova in tantissime cose in Turchia, era anche il colore preferito di mia madre, ed è inevitabile che mi ricordi il mio passato”.

Gli elementi autobiografici si indovinano sequenza dopo sequenza. “Per girare le scene sul Bosforo – spiega ancora il regista – ho scelto una casa tipica, uno yali molto simile a quella che apparteneva alla mia famiglia, dove ho passato le estati della mia infanzia. L’orizzonte a Istanbul oggi è fatto di costruzioni moderne , e il rumore prevalente è quello delle trivelle che scavano fondamenta per nuovi palazzi. Poi capita di girare l’angolo e trovarsi improvvisamente nell’800. Ho concepito il film come fosse un doppio viaggio, emotivo e razionale, interrogandomi per la prima volta sulla materia narrativa che era il ritorno a casa”. Una casa dai muri rossi, ovviamente, dove guardare al passato è quasi d’obbligo. Oppure una vecchia bottega di orologi, dove riflettere sul tempo fuggito via.