Respinto il muslim ban di Trump: le toghe colpiscono anche in America

Appena pochi giorni il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva ribadito ai media americani come la spada di Damocle della sentenza della Corte d’appello federale potesse pendere come una mannaia sopra le teste dei cittadini d’oltreoceano, e essere brandita da giudici politicizzati al solo scopo di colpire e recidere alla base il muslim ban voluto dalla Casa Bianca: ebbene oggi, con la decisione arrivata dai togati – che hanno respinto all’unanimità la richiesta del governo di reintrodurre il decreto anti-immigrazione selvaggia sancito nei confronti di 7 Paesi islamici – si è avuta la conferma.

La Corte federale respinge il muslim ban

Tutto il mondo è Paese, insomma: e persino la grande America dimostra di esserlo, declinata e sottomessa al volere della magistratura. Gli stop impressi dai giudici nei casi di Trump oggi, come di Silvio Berlusconi in casa nostra, lo dimostrano una volta di più: due leader – in contesti e con modalità diverse – bloccati dai giudici e costretti a inversioni di marcia strategiche, a cui le sentenze dei togati inducono in punta di codice e in nome di una legge non scritta ma di fatto applicata in senso anti-istituzionale, diretti verso un solo, imperituro traguardo: far valere la politica decisa nelle aule dei tribunali, più che la strategia governativa stabilita in quelle istituzionali. Dunque, ci risiamo: la Corte d’appello federale di San Francisco ha respinto all’unanimità la richiesta del governo di reintrodurre il muslim ban, sospeso il 29 gennaio scorso. Ma Donald Trump non si arrende e preannuncia battaglia: e anuncia di avere già è allo studio una controffensiva legale. «Ci vediamo in tribunale, la sicurezza della nostra nazione è in gioco«, ha scritto su Twitter il presidente degli Stati Uniti, che poi, parlando con i giornalisti, ha aggiunto: «È una decisione sulla quale vinceremo facilmente, secondo me». 

Le reazioni alla sentenza

Nella sentenza lunga 29 pagine, i tre giudici hanno respinto all’unanimità la tesi del dipartimento della Giustizia secondo cui il presidente è l’unico a poter decidere la politica sull’immigrazione. La Corte del Nono circuito ha poi sottolineato come «non ci siano prove che stranieri provenienti da uno dei Paesi citati nell’ordine» (Sudan, Siria, Iran, Iraq, Yemen, Libia e Somalia) abbiano commesso atti di terrorismo negli Stati Uniti. «Da una parte – scrivono ancora – la popolazione ha un forte interesse nella sicurezza nazionale e nella capacità di un presidente eletto di attuare le sue politiche. Dall’altra, c’è anche un interesse alla libertà di viaggiare, evitando separazioni di famiglie, ed alla libertà dalle discriminazioni». Intanto, incassato l’ennesimo colpo, il dipartimento di Giustizia si è per il momento limitato a far sapere che «sta valutando la decisione presa dalla Corte di San Francisco e considerando le opzioni». Ammesso che abbiano una reale possibilità di essere vagliate e approvate dalla Giustizia a stelle e strisce….