Per scrivere l’agenda del Paese non basta copiare gli slogan di Trump

Il mondo va a destra e anche l’Italia si adegua. Brexit … Trump … Le Pen fanno scuola ed il brand – per usare un termine “modaiolo” – sembra funzionare. Del resto viviamo tempi in cui la semplificazione, anche simbolica, è tutto, ed il messaggio corre sull’onda della sintesi.

Le “emergenze” non mancano: immigrazione incontrollata, terrorismo di marca islamista, crisi economica, globalizzazione selvaggia. A dettare la linea è una sorta di precarizzazione di massa, in cui ad intersecarsi sono questioni “di valore” e quotidianità, crollo dei modelli culturali e portafoglio. Facile perciò appropriarsi di immagini vincenti, per quanto lontane, intorno a cui tentare di coagulare consensi. Sulle brevi distanze l’appropriazione (indebita) di “marchi” politici d’importazione può funzionare. Un po’ meno se si guarda al di là delle contingenze, se ci si misura sui “pensieri lunghi”, sulle idee e sui programmi in grado di affrontare realmente i fattori strutturali della crisi odierna.

Certamente è più facile ragionare per “spot”, cogliere l’attimo e raccogliere l’applauso immediato. Ma dopo ed oltre?

Senza ripercorrere desuete schematizzazioni di taglio ideologico, nel senso burkiano di ciò che è astratto, irreale, antistorico, qualcosa di più rispetto ad una sorta di trumpismo all’amatriciana, oggi diffuso trasversalmente nella politica italiana, va pensato e detto. Perché se la sintesi è d’obbligo (visti i tempi degli odierni mass media) ed il decisionismo un elemento di chiarezza, non si può lasciare ai think tank tecnocratici di dettare priorità, di fissare scadenze, di imporre visioni strutturate. Se la crisi è sistemica evidentemente qualcosa di più è necessario dire rispetto ad un generico appello all’ordine, al blocco dell’immigrazione e all’uscita dall’Euro.

Qualcosa che passi metodologicamente attraverso la costruzione di nuovi modelli partecipativi, in grado di rappresentare il più ampio sentire collettivo e di realizzare un’autentica inclusione sociale, di ripensare lo Stato e di “ricostruirlo”. Qualcosa che torni a ridare senso a termini quali merito e giustizia sociale, dimensione economica e dimensione spirituale, democrazia e consenso, laddove il venire meno, sui temi sociali, delle appartenenze forti ed identitarie ha portato ad assimilare un’idea “liquida” della politica, sostanzialmente frammentata, senza alcun richiamo ad una visione d’insieme, ad una proposta organica, ad una risposta non-minimalista alla crisi.

Se l’emergenza è la quotidianità, i problemi stringenti della gente, la politica, quella vera, deve allora imporsi di traguardare il Paese oltre l’emergenza e quindi oltre i bassi orizzonti della quotidianità, puntando al ricambio delle tematiche, dei programmi e quindi della classe dirigente capace di incarnarli.

Oggi – in definitiva – non c’è solo una “sinistra tutta da scrivere” per usare lo slogan del congresso fondativo di Sinistra italiana. “Da scrivere” c’è l’agenda del Paese. Le ricette del trumpismo all’amatriciana difficilmente saranno in grado di riempirla.