Netanyahu arriva alla Casa Bianca: svolta di Trump dopo i disastri di Obama

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu arriva oggi a Washington con grandi aspettative. Persino con entusiasmo. Dopo anni di incomprensioni e, in ultimo, di contrasti con Barack Obama, ora si può ripartire con Donald Trump. L’alleanza con Israele è condizione necessaria per ogni politica estera americana. Obama aveva verificato che non è però sufficiente per stabilizzare il Medio Oriente. Ora Trump si trova di fronte esattamente lo stesso problema. Il negoziato tra israeliani e palestinesi è bloccato da tempo, si legge su “il Corriere della Sera”.
 
Netanyahu aveva rotto i rapporti con Obama
 
Il presidente degli Stati Uniti ha affidato a Jared Kushner, il genero-consigliere, il compito di rivitalizzarlo. Ma su quali basi? Dall’accordo di Oslo in poi, cioè dal 1993, tutti i presidenti americani hanno sostenuto la soluzione dei «due Stati»: Israele e Palestina, indipendenti e sovrani. Netanyahu vuole capire che cosa pensi veramente Trump su questo punto vitale. Il premier israeliano ha assunto una posizione ambigua: dice di essere pronto a riprendere la trattativa sullo schema di Oslo, ma nello stesso tempo ha lasciato mano libera agli estremisti del suo partito, il Likud, e ai coloni che stanno costruendo altri insediamenti nei Territori occupati.
 
Anche Trump ha un atteggiamento ambivalente
 
La sua presidenza si appoggia sulla parte più conservatrice della comunità ebraica, in linea con Netanyahu. Ma altre voci, come quelle del Segretario di Stato Rex Tillerson e del Segretario alla Difesa James Mattis, spingono a riflettere: non si può rompere con il mondo arabo e i palestinesi ne fanno parte. Queste frizioni interne spiegano le oscillazioni di Trump. Appena insediato, «The Donald» ha nominato uno dei suoi avvocati, David Friedman, ambasciatore in Israele. La prima cosa che ha detto Friedman ha avuto un effetto devastante: «Sposterò l’ambasciata da Tei Aviv a Gerusalemme». A fine gennaio sembrava che Trump potesse dare il via libera da un momento all’altro. Ma il 10 febbraio il presidente dichiarò al quotidiano Israel HaYom: «Non è una decisione facile». Nella stessa intervista Trump si mostrò ancora più cauto sugli insediamenti nei Territori occupati: «Non penso che andare avanti sia un bene per la pace». L’11 febbraio, ecco che il pendolo si sposta dalla parte opposta. L’ambasciatrice all’Onu, Nikki Haley, annuncia che gli Usa respingono la candidatura dell’ex premier palestinese Salam Fayyad come inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia. Un segno di riguardo verso Israele.