Neanche la Fedeli passa l’esame degli accademici: insufficienti le sue risposte

L’appello da parte dell’Accademia della Crusca al governo è arrivato, forte e chiaro. E più inquietante che mai. Il grido d’allarme è di quelli che, da un lato gettano nello sconforto, e dall’altro denotano un’incuria e una gestione deficitaria del “carrozzone scuola” da parte di chi si è ritrovato nel corso del tempo alla sua guida: l’ultima “botta”, allora, gliel’ha data proprio Renzi che, a sei mani con la Boschi e la Giannini – rispettivamente ministro delle riforme e dell’Istruzione del suo governo – ha inferto alla tutt’altro che “Buona Scuola” il ferale colpo di grazia.

L’allarme degli accademici: i ragazzi non sanno scrivere in italiano

Tant’è, dunque: i ragazzi italiani che arrivano all’università non sanno scrivere bene in italiano e hanno difficoltà ad esprimersi. Di più: si avverte un diffuso deficit analitico e logico, che si sostanzia nell’incapacità di cogliere l’essenziale di un racconto, di un libro, di un film. E così, in un documento firmato, oltre 600 docenti universitari, accademici della Crusca, storici, filosofi, sociologi e economisti, tra cui Ilvo Diamanti, Massimo Cacciari, Carlo Fusaro, Paola Mastrocola, viene chiesto un intervento all’esecutivo: “È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente”, si legge nel documento. “Da tempo – continua la lettera – i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcune facoltà hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana”. E ancora: “Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma – si fa notare – non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema. Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti, oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né l’impegno degli insegnanti, né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti”. E’ la ormai logora polemica sulla rinuncia alla meritocrazia nel nome di una malintesa uguaglianza, ma è anche l’ennesima riprova che da troppo tempo le autorità responsabili hanno rinunciato alla difesa dell’identità, che parte proprio dalla lingua, ma si manifesta anche in altri ambiti culturali, come la conoscenza della storia e il riconoscimento della religione come fattore identitario.

La risposta del ministro Fedeli: dobbiamo capire. Ancora?

Ma a fronte della disamina accademica e dell’allarme sociologico, il ministro Fedeli in un’intervista rilasciata a la Repubblica restringe il campo della recriminazione didattica al “punto di crisi della scuola media”, a detta della titolare del dicastero di viale Trastevere, “un problema conosciuto. Le elementari, in Italia, funzionano. È alle medie che dobbiamo far crescere la lettura, la scrittura, la capacità di sintesi. I nostri docenti delle superiori e gli esperti dell’Invalsi ci aiuteranno a capire”. Già, perché ancora siamo nella fase in cui dobbiamo cominciare a capire che abbiamo abbandonato la scuola nelle mani di precari demotivati; che non abbiamo ancora iniziato a smantellare da programmi e metodi, la cultura assistenzialista post-sessantottina che ha delegittimato ruoli e strategie educative; che c’è poco di cui dibattere, e molto da fare. E a proposito di urgenze, allora, anche sui tempi per intervenire sulla scuola media, la Fedeli spiega: “Abbiamo due deleghe aperte in Parlamento, sistema di valutazione e reclutamento. Se saremo rapidi si possono fare miglioramenti per metà marzo”.”Con il ministero dei Beni culturali” prosegue la ministra “organizzeremo una promozione della lettura dei libri extrascolastici, con la Federazione della stampa porteremo i giornali nelle classi. La scuola, va detto, non può fare tutto, anche l’università deve farsi carico del problema della lingua scorretta”. “Incontrerò a breve i promotori della raccolta delle seicento firme, ascolterò da loro quali sono i punti di crisi – continua – Mi do quindici giorni di tempo, poi partirà il primo avviso pubblico per le competenze di base”. Sperando che, ai 15 giorni, non seguano altri 15 anni di decreti mai attuativi, di riforme azzoppate, di deleghe, ritardi e scarica barili, come fini qui drammaticamente dimostrato.