Medio Oriente, anche carri armati e basi militari danneggiano i siti culturali

Insieme alla furia dei terroristi islamici dell’Isis, a preoccupare gli archeologi sono ora le basi militari degli “alleati” costruite in cemento armato direttamente sulle antiche vestigia, come accade alla già martoriata Palmira. Il professore Paolo Brusasco (docente di Archeologia e Storia dell’arte del Vicino Oriente antico all’Università di Genova) sceglie la terza edizione del salone TourismA di Firenze per lanciare un appello alla comunità internazionale. Sarà un j’accuse senza precedenti quello dell’archeologo, da tempo impegnato nello studio e nella salvaguardia dei principali siti del Vicino Oriente, fra massimi esperti mondiali del settore. Lo studioso ha scelto il palco dell’Auditorium del Palazzo dei Congressi fiorentino per mostrare in anteprima assoluta le immagini di ciò che sta accadendo alle antiche vestigia irachene e siriane, “non solo per colpa dell’Isis”, ci tiene a ribadire, e nel silenzio assordante della comunità internazionale. “La situazione – spiega Brusasco – è di una drammaticità estrema per quanto riguarda in particolare Siria e Iraq dopo due anni e mezzo di occupazione da parte dello Stato Islamico. E il problema non è meno grave nei siti liberati come quelli iracheni oggi completamente abbandonati e senza sistemi di difesa, dunque facile preda di saccheggiatori in stile Museo di Baghdad per intendersi”.

Nei siti del Medio Oriente danni incalcolabili

A infiammare il dibattito, oltre alla notizia della rioccupazione di Palmira da parte dei terroristi dell’Isis, è anche la costruzione di una base militare russa (di supporto alle truppe del presidente siriano Assad), che poggia direttamente sui resti dell’antica necropoli. “Si tratta di una costruzione in cemento armato – spiega Brusasco – che doveva avere una funzione specifica, quella di supporto logistico per sminare l’area. Una situazione che ricorda quello che gli americani fecero a Babilonia nel 2003. Evidentemente, le lezioni del passato non sono servite a nulla”.  L’archeologo dell’Università di Genova punta il dito anche sull’archeologia utilizzata per propaganda bellica: “Cosa ce ne facciamo delle immagini dell’orchestra di San Pietroburgo che qualche tempo fa si è esibita nel teatro romano dell’antica città carovaniera? Quanta inutile retorica! La splendida scena di quello stesso teatro è andata distrutta dopo la rioccupazione del sito da parte dello Stato Islamico. Più che di musica, il sito avrebbe avuto bisogno di una concreta difesa”.