L’ultimo diktat gender: vietato dire “donna incinta”, offende i trans

Non chiamate le donne incinte “mamme”, i trans potrebbero offendersi. Uno scherzo? Nient’affatto, è l’invito della British medical association agli operatori della sanità, ai quali viene richiesto di parlare piuttosto di “persona incinta”.

I bimbi nascono dalle donne? Uno “stereotipo”

L’ultimo diktat gender arriva da un vademecum sul linguaggio politicamente corretto sui luoghi di lavoro, in cui si avverte anche che “qualcuno che è biologicamente uomo o donna dovrebbe essere indicato come assegnato al maschile o al femminile”. “La disuguaglianza di genere – si legge ancora nel documento – si riflette nelle idee tradizionali riguardo i ruoli di donna e uomo. Poiché essi sono cambiati nel tempo, i preconcetti e gli stereotipi che sostengono queste idee sono spesso profondamente radicati”. Dunque, per la Bma, che conta circa 156mila iscritti, il fatto che i bambini nascano dalle donne non è altro che un “preconcetto” e uno “stereotipo”.

La denuncia (solitaria) dell’associazione ProVita

Ma come si arriva a questa follia, che in Italia è stata pressoché taciuta dai media mainstream e in Gran Bretagna ha ottenuto invece l’attenzione di grandi testate come il Telegraph? Una risposta la dà l’associazione ProVita, la prima che di fatto ha rilanciato la notizia nel nostro Paese: “Nel Regno Unito, come altrove, cominciano a verificarsi sempre più casi di donne che hanno fatto la chirurgia plastica per apparire maschi, ma che hanno conservato gli organi riproduttivi interni, e che si sono fatte ingravidare per dare alla luce un figlio. Di cui però – ricorda ProVita – saranno “padri” e non madri. Perché loro si sentono maschi”.

Per non dispiacere i fan del gender

Un paradosso di cui in Gran Bretagna già esiste un caso legalizzato: una ventenne nata donna che ha fatto cure ormonali per avere l’aspetto di uomo, ma che poi ha anche voluto un bambino. Il Telegraph chiarisce che non si conoscono altri casi simili, ma ciononostante la Bma, con la sua guida per “un linguaggio inclusivo sui luoghi di lavoro” ha ritenuto di portarsi avanti con il lavoro.