Legge elettorale. La destra va, ma il centrodestra è da “Micromegas”

Il centrodestra avanza. E La destra ha il vento in poppa. La leader di Fratelli d’Italia sarebbe la premier più amata dagli italiani. Dopo il capo del governo in carica e prima di Renzi, Di Maio e del partner politico Matteo Salvini, c’è Giorgia Meloni. Così i sondaggi. Un dato importante del “sentiment” nazionale. Che politicamente espone. E può trasformare in puntaspilli. Un rischio, non il più insidioso. Ce ne sono altri. Quello più serio è la legge elettorale. Incombente. Varcata la soglia del 5 per cento, Fdi ha dinanzi una questione più politica. Strategica. Oltre il “primum vivere”. E tocca anche l’alleato Salvini. Quali saranno gli effetti di una legge elettorale proporzionale ? Che poi è l’impianto che la Consulta ha deciso. E sul quale sembrano esserci le maggiori convergenze delle forze politiche. 

Se il popolo non incoronasse un vincitore ? 

Primo scenario: il centrodestra classico – Forza Italia, Lega e Fdi – si dà un candidato premier (con le primarie ?) e va unito alle elezioni politiche. Se non conquista e non fa conquistare ad altri il 40 per cento, cosa accade? Se, cioè, non acchiappa il premio di maggioranza per governare da solo. Cosa succederà il mattino, dopo la famosa sera delle elezioni, se non incoroneranno un vincitore? 

Che farà il candidato premier del centrodestra – che non è detto non possa  essere la stessa Meloni o anche Salvini – se risultasse il più votato, ma senza raggiungere il traguardo del premio? Dinanzi a un incarico da parte del Quirinale di formare il governo, cosa farà? Cosa potrà e dovrà fare? Rinunciare? Arrendersi? Chiedere – il giorno dopo  – nuove elezioni ? Difficile andare in questa direzione. L’alternativa quale sarebbe? Dare il via libera a un governo tecnico ? Ipotesi politicamente impraticabile. Indigeribile. Sappiamo tutti perché. Resta la scelta di imbarcare come alleati i “nemici”. I Cinque Stelle? Ci starebbero? Non pare. Soprattutto se il premier non fosse loro. Il Partito Democratico? Per un governo di larghe intese, di responsabilità, e di tutte le trite ricette che il formulario del Palazzo offre ? Cosa significherebbe per la destra, un “governo Letta” 2.0 senza Letta, a guida Meloni o Salvini  o anche Zaia: una clamorosa smentita del proprio percorso. Una negazione del programma per il quale gli elettori avevano votato. Un suicidio politico, probabilmente. 

Potrebbe capitare che a quel punto – ad oggi sembra lo scenario più accreditato – che il centrodestra vada in frantumi. E finirebbe alle ortiche il proprio premier, il programma e l’alleanza che lo ha portato fin lì. Berlusconi sceglierebbe di fare un governo col Pd. E Salvini e Meloni andrebbero all’opposizione. Insieme ai Cinque Stelle; di là un esecutivo fragile per numeri e consistenza politica. 

Ma se questo è – ad oggi, chissà domani – lo scenario più probabile, cosa bisogna fare? Come evitare uno sbocco che sarebbe disastroso per il centrodestra, per le destre “populiste-sovraniste”, ma anche per il Paese? Si può evitare l’implosione politica del centrodestra e l'”effetto Madrid”? Non a Madrid, a Roma. Si può prevenire l’ingovernabilità ? Si, solo se uno schieramento riuscisse a raggiungere il 40% dei consensi. Può farcela il centrodestra riverniciato? 

L’errore Capitale e la sindrome di Voltaire

Brucia ancora e si riapre la ferita delle elezioni romane – e quanto in questi giorni – con l’avanzare del disastro Raggi. E segnala quanto grande e “cattivo” sia stato l’errore del leader di FI di preferire alla Meloni il mancato sindaco in Porsche.  Intanto, lui continua a snobbare le primarie (Salvini non doveva indirle a marzo ?) e rilancia come premier se stesso. Ancora, sempre e soltanto se stesso. Il Cavaliere, tuttora e nonostante tutto, fa il nano di Saturno nel “Micromegas” di Voltaire: “Invisibili insetti che la mano del Creatore si è  compiaciuta di far nascere nell’abisso dell’infinitamente piccolo, io lo ringrazio perché si è degnato di svelarmi segreti che parevano impenetrabili. Forse alla mia corte non ci si degnerebbe di guardarvi, ma io non disprezzo nessuno e vi offro la mia protezione”. Sindrome inguaribile. Non dissimile è lo stato del centrodestra:” Sezioniamo mosche, disse il filosofo, misuriamo linee, sommiamo numeri, siamo d’accordo su due o tre punti che comprendiamo e litighiamo su due o tremila che non comprendiamo”. 

In questo stato non sarà facile convincere gli italiani a seguire l’onda di Trump o di Marine Le Pen. Il messaggio non potrebbe essere forte e travolgente: sarebbe frenato dai toni merkeliani e da prudenze targate PPE. Dalla voglia non smentita di Berlusconi di stare al governo. Con chiunque: Renzi, Gentiloni o il diavolo in persona. Senza parlare del novello presidente del Parlamento europeo  (ne è valsa la pena ?) Antonio Tajani. Con la cui elezione Forza Italia si è messa Bruxelles in casa. Il Foglio è il manifesto di questa linea: “Whatever it takes to save Europe. Forza Draghi”, titola Cerasa. 

È il caso di vincolarsi in un’alleanza che sarà disfatta il giorno dopo ? O non è meglio andare alle elezioni con uno schieramento coeso sulle idee. Con un programma “vero” e non “elettorale”, con un candidato premier nuovo e di “rupture”. Scelto con le primarie aperte a tutti. E così provare la carta del populismo. Chiaro, deciso. E di governo. Populismo di governo. Perché no ?