«Le foibe sono una menzogna fascista»: nell’Emilia “rossa” ancora odio

«Le foibe sono una menzogna fascista». È quanto hanno scritto in un manifesto i compagni di Rifondazione comunista a San Cesario sul Panaro, tra  Modena e Bologna. Così, come si legge sul Giornale, bastano poche parole per oltraggiare dopo settanta anni i profughi sopravvissuti alle carneficine lungo il confine orientale e costretti poi a lasciare le loro terre. Il 10 febbraio diventa l’occasione per ribaltare la storia, anzi per seppellirla di nuovo sotto i dogmi del negazionismo più sfrenato. «Nella foiba di Basovizza – si legge in questo stupefacente documento – quando si è scavato alla ricerca di corpi sono stati trovati i resti di alcuni soldati tedeschi e alcune carcasse di animali».

In Emilia c’è chi continua a negare le foibe 

Nessuna concessione, si legge ancora sul Giornale, alle tesi del revisionismo. Un odio inestinguibile. Che ritorna nel febbraio 2017, due o tre generazioni dopo. No, il muro di San Cesario deve ancora venire giù e a puntellarlo ci pensa gente come Tommaso Riccò, una roccia di 84 anni. «Sono stato sindaco dal 71 al 75 – racconta al Giornale – quando il Pci era ancora il Pci e l’Unità vendeva qui in paese 1.200 copie. Poi sono passato a Rifondazione e sono tornato in Consiglio comunale fra il 2004 e il 2009 con più di duecento voti. Infine, nel 2009 ho mancato l’elezione per 17 voti». E sul suo volto ancora fresco si disegna una smorfia di disappunto. Certo, oggi le posizioni di Riccò sono quelle di una minoranza che si assottiglia sempre di più, ma c’è chi resiste e crede in quella divisione manichea fra buoni e cattivi. «Dalle nostre parti – sintetizza Dante Mazzi, ex consigliere provinciale di Forza Italia a il Giornale – tutto è possibile. Il comunismo è caduto, ma i comunisti non sono cambiati».

Foibe, i due casi di San Cesario e Spilamberto 

Scrive ancora il Giornale, se da San Cesario ci si sposta a Spilamberto: la sede di Rifondazione, sotto i portici a due passi dal Torrione, è tappezzata di volantini. Gli stessi che a San Cesario accolgono con modalità vintage il visitatore. Loro, i compagni imbalsamati nella teca dello stalinismo, capovolgono l’indignazione: ce l’hanno con l’ Italia, con il generale Roatta, con Graziani, se la prendono per i massacri in Libia, in Etiopia, in Jugoslavia. Pare di leggere i saggi di uno storico documentato come Angelo Del Boca, ma senza alcun contrappeso. Le foibe sono di nuovo «sedicenti» e il sangue evapora in una selva di condizionali, dubbi, però. Il sindaco di San Cesario, Gianfranco Gozzoli, renziano ecumenico e smussato, ultimo esponente di una serie ininterrotta di borgomastri targati Pci-Pds-Ds-Pd, galleggia su questa stratificazione antropologica vivente e si dà alla fuga: «Ho molto da fare e niente da dire».