L’azienda vuole assumere, ma molti rifiutano il lavoro. «Colpa del sussidio»

Punta l’indice contro il sussidio di disoccupazione, perché «le persone guadagnano stando a casa per almeno due anni» e tendono a rifiutare le offerte di lavoro che arrivano nel frattempo. Bachisio Ledda è un imprenditore sardo che ha sperimentato questa realtà con la propria azienda, la Mail Express Posta & Finanza, una ditta postale privata nata nel 1997 a Teramo. «Su 100 persone selezionate per il ruolo di portalettere, 90 – spiega – preferiscono rinunciare a lavorare e mantenersi con il sussidio di disoccupazione».

L’allarme sul sussidio di disoccupazione

«Se non cambiano le leggi sulla ricerca del lavoro e sugli uffici di collocamento, purtroppo sarà un fenomeno in crescita», avverte Ledda, la cui azienda è presente su tutto il territorio nazionale con circa 400 punti, ha un portfolio di circa 400mila clienti e vanta un fatturato di circa 20 milioni di euro. «Il fenomeno dei rifiuti da parte dei giovani disoccupati italiani è sconosciuto all’opinione pubblica generale, poiché non è di pubblico dominio, però ritengo sia un trend molto grave», commenta ancora Ledda, facendo proprio un allarme già lanciato da altri imprenditori di diversi settori, dal tessile al calzaturiero, fino ai servizi. Per l’imprenditore, però, il vero problema non riguarda tanto le scelte dei lavoratori, quanto il meccanismo con cui viene erogato il sussidio di disoccupazione.

In Italia non ci sono paletti

«È una situazione che penalizza tutti: in Italia i disoccupati ricevono una telefonata dall’azienda che fa la selezione, ma sono liberi nella loro scelta. Non è così in altre nazioni, dove – chiarisce Ledda – il disoccupato riceve la chiamata da parte dell’ufficio di collocamento e, se non si presenta a tre successivi colloqui, dopo il terzo rifiuto gli tolgono il sussidio di disoccupazione». 

I suggerimenti degli imprenditori

Il suggerimento di Ledda, quindi, è di adottare anche in Italia qualche meccanismo che controbilanci l’erogazione del sussidio, evitando che diventi una forma di assistenzialismo negativa. «Intanto sarebbe necessario rendere più flessibile il jobs act, abbassando i costi per le imprese quando non possono tenere un collaboratore perché non idoneo», spiega Ledda, che invita soprattutto a rivedere il sistema. «Dovrebbe essere funzionale l’organizzazione che gestisce i posti di lavoro e l’ufficio di collocamento per tutti coloro che cercano lavoro, ma anche per le aziende che lo offrono e per quelli che meritano il sussidio. Non dovrebbe invece – conclude – favorire tutti quelli che se ne stanno a casa a far nulla prendendo però il sussidio di disoccupazione».