L’assassinio di Paolo Di Nella a Roma ancora impunito dopo 34 anni

34 anni dopo l’omicidio di Paolo Di Nella i suoi assassini sono ancora in libertà. Quando, alle 20.05 di quel 9 febbraio 1983 il suo cuore smise di battere, noi ragazzi del Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano) ci sentimmo sempre più – irrimediabilmente – soli. Perché sapevamo perfettamente che “uccidere un fascista non è reato” non era solo uno slogan dei “duri” dell’Autonomia operaia (che rivendicò l’assassinio), ma era diventata da tempo una legge non scritta. L’avevamo subìta parecchie volte e non ci eravamo mai fermati. Il Fronte non si fermò neanche allora, benché sapessimo perfettamente che anche questo omicidio non sarebbe mai stato punito, così come era accaduto per Francesco Cecchin, ucciso da sconosciuti a piazza Vescovio pochi anni prima. E così è stato. Ancora oggi i loro aggressori sono a piede libero. Nel caso di Cecchin, anche lui attivista della sezione del Trieste-Salario, le indagini furono condotte con una faciloneria, approssimazione e superficialità da non credersi, mentre nel caso di Paolo le cose andarono un po’ diversamente, anche se una sfortunata vicenda giudiziaria chiuse il caso senza che si fosse arrivati a un colpevole. Anche perché gli inquirenti si mossero con un certo impegno dopo che l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini accorse, in forma privata, al capezzale di Paolo. Era evidentemente stato colpito dall’efferatezza e dalla gratuità del gesto feroce verso un ragazzo di vent’anni che si batteva per il verde pubblico nel suo quartiere. Pertini fu affrontato – è il caso di dirlo – da una ragazza del Fronte, Marina, che eludendo la sorveglianza al presidente, riuscì a intercettarlo e a dirli quello che pensava. «Questo è il frutto dell’odio che avete alimentato per quarant’anni! Ci stanno ammazzando tutti!», disse Marina. Pertini la guardò in faccia, rimase a capo chino in silenzio, le posò una mano sulla spalla e si allontanò.Il vecchio partigiano ascoltò con molta attenzione la ragazza in lacrime di rabbia e di dolore, e probabilmente capì che i tempi della giustizia sommaria erano davvero finiti per sempre. Anche perché l’omicidio di Paolo era giunto “fuori tempo massimo” rispetto agli anni di piombo. Però oggi, ex post, possiamo affermare che li chiusero per sempre. E sempre oggi possiamo affermare senza timore di essere smentiti da nessuno, che se gli anni di piombo si chiusero fu solo ed esclusivamente grazie alla buona volontà, al senso di responsabilità, alla civiltà degli estremisti di destra di allora, che scelsero consapevolmente di non attuare ritorsioni di alcun genere, che sarebbero state – se non giustificate – più che comprensibili in quell’atmosfera di odio e violenza cieca praticata dalla sinistra estrema verso chi non la pensava come loro. La guerra civile italiana era finita, almeno finita sulle strade, perché sui giornali, nelle sedi istituzionali, nei centri sociali prosegue anche oggi mentre scriviamo l’intolleranza verso chi ha idee diverse sulla politica, da chi non accetta il pensiero unico dei politicamente corretti, da chi propone una politica differente. E dopo Pertini, fu un profluvio, piuttosto stupefacente, per noi missini, di solidarietà da tutte le parti: l’allora sindaco di Roma Ugo Vetere, del Pci, venne all’ospedale, il segretario del partito Enrico Berlinguer mandò un commosso telegramma, il giornalista Giuliano Ferrara scrisse un articolo in difesa di Di Nella e del suo diritto a pensarla come la pensava. Per la verità in passato, in occasione di altri omicidi di giovani missini, c’era stata qualche “mosca bianca” che aveva provato e esprimere solidarietà, o almeno ad affrontare la problematica, ma si era trattato di casi rarissimi e inascoltati, tacitati dal fatto che alla fine “era solo un fascista, un nemico del popolo”: Quando invece il diritto e la morale non lasciavano dubbi su questo: tutti possono esprimere la loro idea politica purché lo facciano in modo pacifico. Ma questa legge degli uomini non fu mai applicata in Italia, dal 1943 in poi. E proprio così Paolo conduceva la sua lotta politica: civilmente e pacificamente, talmente fiducioso nel suo diritto da andare ad attaccare manifesti da solo con la sua ragazza, in un periodo in cui questo non era consigliabile.

Paolo Di Nella fu aggredito proditoriamente alle spalle

La vicenda di Paolo Di Nella è troppo nota alla nostra comunità perché si debba qui di nuovo raccontarla. Ci limiteremo a un breve ricordo. Paolo era del 1963 e da qualche anno lavorava con la sezione Trieste-Salario e con la federazione di via Sommacampagna principalmente su temi ambientali e locali. Non era assolutamente un violento, ma non si fermava mai: non c’era nulla che si potesse dire o fare per impedirgli di agire come a lui sembrava giusto. Anche quella sera, poiché non c’erano persone disponibili ad accompagnarlo, gli fu proposto di rimandare alla sera successiva l’affissione, ma lui non ne volle sapere: la battaglia di combatte tutti i giorni, e guai a chi si ferma. L’Autonomia operaia era molto attiva nel quartiere Africano, quello dove Paolo e i suoi camerati lottavano affinché Villa Chigi fosse restituita alla gente. Negli anni e precedenti le sezioni missine della zona, via Migiurtinia, viale Somalia, la Monte Sacro, la Talenti, la Tufello, erano state oggetto di decine di attentati dinamitardi incendiari, assalti armati e i loro militanti erano stato aggredito e addirittura fatti a segno da colpi di arma da fuoco. Per questo, avrei voluto dire a Paolo, con queste belve in circolazione, ad attaccare i manifesti sarebbe stato meglio andarci in parecchi, come peraltro facevamo quasi sempre. Ma contro il destino non c’è nulla da fare. A piazza Gondar, in viale Libia (Dove oggi c’è la scritta che lo ricorda), Paolo fu aggredito da dietro da due ragazzi, uno dei quali lo colpì con un oggetto contundente mai identificato, che gli causò la commozione cerebrale che lo portò, dopo una settimana di agonia, alla morte, pur vegliato incessantemente – oltre che ovviamente dalla sua splendida famiglia – da tutti i suoi camerati. Il suo sacrificio è servito a far accorgere agli italiani di quanto accadeva, a far diventare Villa Chigi parco pubblico – oggi è intitolato a suo nome – e a far finire gli anni di piombo. C’era bisogno di questo? C’era bisogno della morte di un ragazzo di vent’anni per capire quello che stava succedendo? C’era bisogno di Paolo per comprendere che l’intolleranza non deve più avere cittadinanza tra i nostri giovani? Crediamo di no: crediamo invece che la sua morte ricada su tutti coloro che per anni hanno sparso veleno e odio contro chi si batteva ovunque contro le discriminazioni, le prepotenze, i soprusi, le prevaricazioni. La responsabilità morale della sua e di altre morti è ascritta per sempre a tutta una classe politica e mediatica che per anni ha chiuso gli occhi di fronte alla palese ingiustizia a cui i giovani missini erano sottoposti da parte di tutti. In quella settimana di agonia di Paolo furono effettuate affissioni per denunciare l’accaduto, fu fatto un corteo per il quartiere, assemblee nelle scuole, ma a nessuno sembrava gliene fregasse qualcosa: al Giulio Cesare anzi si arrivò a confermare il diktat che uccidere un fascista non è reato.

Il comunicato del FdG su Paolo Di Nella

Vogliamo concludere questo impotente ricordo con il comunicato del Fronte della Gioventù emesso qualche giorno dopo la morte di Paolo: “Con Paolo di Nella è morto un combattente per il proprio popolo, un nazional-rivoluzionario. Nessuno si permetta di offendere questo martire con inutili isterismi: l’unica vendetta è continuare la sua lotta contro il sistema che lo ha assassinato”. Al suo funerale, quando la bara avvolta nella bandiera con la croce celtica uscì dalla chiesa di piazza Verbano, a migliaia salutarono Paolo Di Nella col braccio teso. Il volantino di rivendicazione dell’assassinio viene ritrovato il 14 febbraio, in una cabina telefonica di piazza Gondar, a pochissimi metri da dove Paolo era stato aggredito. È firmato da Autonomia Operaia. L’ultimo atto della tragedia avviene nel dicembre del 2008, il papà di Paolo è morto e la famiglia ha deciso di farli riposare insieme. La bara di Paolo viene lentamente tirata fuori e appaiono ancora quei colori: il rosso, il bianco, il nero; per venticinque anni la bandiera con la celtica ha riposato insieme a Paolo. La bara di Paolo viene messa vicino a quella del padre, si stende di nuovo sopra la sua bandiera, e c’è una piccola scritta: “Caduto per la Rivoluzione”.