L’accordo Roma-Tripoli è già carta straccia: la Libia non esiste più

Che senso ha firmare un accordo internazionale con un paese che non esiste? Tre le risposte possibili: per inconsapevolezza della realtà; per disperazione; perché serve ad altri scopi. Nel caso del memorandum d’intesa fra Italia e Libia, destinato a bloccare i flussi migratori illegali verso il nostro paese e il resto d’Europa, la prima ipotesi è esclusa, si legge su “la Repubblica“.
 
Roma sa bene che a Tripoli non si comanda tutta la Libia
 
Il nostro governo è perfettamente informato della situazione sul terreno, come e più dei partner (si fa per dire) comunitari, i quali ieri al vertice di Malta hanno solennemente benedetto l’intesa italo-libica. La nostra ex colonia è infatti terra di nessuno, contesa fra centinaia di milizie e gruppi criminali di varia origine. Con tré pseudogoverm: quello intemazionalmente riconosciuto di Fayez Mustafa al-Serraj, con cui abbiamo firmato l’accordo, che controlla – non da solo – i suoi uffici di Tripoli; il gabinetto rivale, insediato in un albergo tripolino, presieduto da Khalifa Ghwell; l’entità cirenaica, radicata a Tobruk, che ha nel generale Khalifa Hartar il suo uomo forte – peraltro ancora incapace di prendere il controllo di Bengasi.
 
L’invasione dei migranti spinge l’opinione pubblica
 
La disperazione è invece un buon motivo. Niente come la paura del migrante, tanto più se arabo e musulmano, agita le opinioni pubbliche occidentali. Trump ci ha costruito la fulminante ascesa alla guida della superpotenza americana. I partiti xenofobi in Europa vi puntano per allargare il consenso o mirare direttamente al governo, spingendo le forze politiche tradizionali a stravolgere la loro agenda più o meno liberale, pena la sconfitta alle urne. Meglio un accordo simbolico – un accordo con se stessi – che nulla. La terza ipotesi è inverificabile per definizione. Entriamo nel campo delle operazioni coperte, che in un paese serio tali devono restare. Ma quando gli strumenti ufficiali non funzionano, è normale ricorrere a quelli almeno formalmente invisibili. Dove non possono o non vogliono gli interlocutori tripolitani, potranno e vorranno eventualmente militari e funzionari di alcuni paesi europei, tra cui il nostro. L’importante è che non siano troppo palesi. Perché in quel caso scatenerebbero l’ennesima faida fra i “governi” locali su chi si è venduto allo straniero. E in cambio di che cosa. Serraj si è già molto esposto su questo fronte, sicché rischia di apparire asservito agli italiani.