La polizia italiana come C.S.I: i Dna saranno “schedati” in una banca dati

Come in C.S.I., anche in Italia la polizia potrà confrontare i Dna raccolti sulle scene del crimine con quelli memorizzati in un cervellone nazionale. Con l’inserimento dei primi profili genetici, è diventata operativa la Banca dati del Dna, un progetto interforze istituito con una legge del giugno del 2009, ma rimasta su carta fino al mese scorso. 

Il primo profilo genetico immesso a gennaio

«A fine gennaio abbiamo immesso il primo profilo. Si tratta di una banca dati con finalità giudiziarie, l’inserimento di ogni informazione genetica deve essere autorizzato dall’Autorità giudiziaria», ha spiegato Egidio Lumaca, Primo dirigente tecnico della Polizia scientifica, parlando di uno strumento che potrebbe rivelarsi determinante in casi di omicidio, ricerca di persone scomparse, “cold case” e lotta al terrorismo. E che nei Paesi in cui è già attivo ha fornito riscontri importanti. Un esempio su tutti: nel Regno Unito il 62% dei dati inseriti ha restituito un legame tra la traccia trovata sul luogo di un crimine e il possibile autore.

I campioni raccolti fra i detenuti

La raccolta dei campioni di Dna è stata avviata nel giugno del 2016 sulla popolazione carceraria e su chi ha commesso reati, attraverso i tamponi salivari. Attualmente nella banca dati sono state inserite solo alcune decine di profili, ma – viene fatto sapere – il numero salirà rapidamente. I campioni raccolti, infatti, sono circa 30mila e presto anche il resto della popolazione carceraria sarà sottoposta a prelievo. Una volta raccolto il Dna, a ogni profilo genetico si associa un codice alfanumerico in modo che chi accede al sistema per confrontare i campioni di una scena del crimine non trovi nomi. Se si trova una corrispondenza tra i Dna, il codice viene decodificato in un momento successivo per ragioni di sicurezza. 

Le precauzioni per rendere sicuro il sistema

La scelta di attribuire un codice e non un nome ai campioni rientra fra le misure adottate per rendere il sistema sicuro e rispettoso della privacy. Le tracce vengono analizzate in laboratori accreditati a norma Iso 17025, che garantisce la competenza del personale, dei processi, delle prove eseguite e assicura la tracciabilità di ogni fase di lavoro. Se il Dna su una sigaretta trovata su un luogo di una rapina combacia con quello di un soggetto già inserito in banca dati, solo allora si potrà chiedere all’Afis – la banca dati delle impronte digitali che ha generato il codice anonimo del profilo genetico – di decodificare quel codice fornendo nome e cognome.

Le aspettative della polizia

«L’esperienza ci dice che la banca dati di per sé non diminuisce il tasso di criminalità, ma sicuramente incide sui reati seriali e sul numero di risoluzioni», ha spiegato ancora Lumaca, parlando di «un deterrente forse meno efficace per i delitti d’impeto come molti omicidi, ma sapere che esiste potrà comunque avere un effetto preventivo». Per il funzionario di Polizia, «probabilmente la banca dati aiuterà a risolvere anche alcuni “cold case”, ma il valore della banca dati si misurerà principalmente negli anni futuri, quando si arricchirà di sempre più numerosi dati».