La mostra sul Msi si chiude col ricordo dei “padri”. Veneziani: «Bilancio positivo»

«L’obiettivo è stato raggiunto: ricordare a tutti che il patrimonio del Msi non è una reliquia da custodire in un cassetto ma una storia di un popolo e di leader di cui andare orgogliosi e da cui trarre insegnamento per il futuro politico della destra italiana». Il bilancio di Marcello Veneziani, direttore scientifico della Fondazione An e curatore (insieme con il professor Giuseppe Parlato) della mostra sui 70 anni del Msi,  è positivo e probabilmente è destinato a migliorare ancora con altre tappe “itineranti” per l’Italia, a cominciare dalla possibilità di riproporla, nelle prossime settimane, anche a Bari.
Oggi, venerdì 10 febbraio, la mostra “Nostalgia dell’avvenire” si chiude dopo quasi tre mesi con un convegno molto particolare (ore 18, via della Scrofa 43) dal titolo “Mio padre era missino, anzi fascista”. Nel giorno del Ricordo, dedicato alla memoria delle vittime delle foibe, onorata nel dopoguerra solo dai missini, la Fondazione An ha voluto ospitare nei locali della mostra i figli illustri (non missini e non fascisti) di papà orgogliosi, invece, di aver partecipato in prima persona a quella grande avventura politica del Movimento sociale italiano, a testa alta. Ci sarannno Pierluigi Battista, giornalista e scrittore,  figlio dell’avvocato Vittorio Battista, reduce Rsi e amico di Almirante, che del Msi fu dirigente, a cui Battista ha dedicato il fortunato libro “Mio padre era fascista”. Con Battista anche lo scrittore e giornalista Marco Lodoli, figlio di Renzo Lodoli, volontario nella Guerra di Spagna, combattente Rsi e tra i fondatori del Msi.
 
Veneziani, perché la scelta di chiudere la mostra con due figli di ex missini?
 
«Abbiamo voluto evitare la solita celebrazione del passato, tutte rivolte su noi stessi. Già nei mesi scorsi si sono state tante occasioni per parlare del Msi da parte di esponenti missini e del nostro mondo, in questo caso abbiamo trovato interessante chiamare a discutere di quella storia i figli contestatori e ribelli dei loro padri, che consideravano i genitori delle persone coerenti, dei galantuomini, in buona fede, fascisti e missini leali. La logica è quella di aprirci al mondo esterno e chiedere a chi ci ha osservato da un osservatorio privilegiato, come quello dei padri, di discutere della destra storica, evitando toni e accenti autoreferenziali, come abbiamo provato a fare in questi mesi, non senza qualche mugugno…».
 
A cosa si riferisce, in particolare? 
 
«A chi, ma sono stati pochi e poco ascoltati, ritiene che del Msi debbano parlare solo i missini: sono quelli che interpretano il ruolo delle vestali che custidoscono la sacra fiamma, che puntano il dito contro chi ritengono che non abbia titolo a parlare del Movimento sociale. Noi, anche in questa mostra, abbiamo invece rifiutato quella logica perché, l’obiettivo era proprio quello di aprirci, far conoscere il Msi a più gente possibile, ai giovani, su tutti i fronti. In questo senso, la grande eco mediatica su tv, giornali e siti Internet e il buon riscontro di visitatori ci fa ritenere che l’obiettivo sia stato centrato”. 
 
Che ricordo le lascia questa esperienza da divulgatore politco di un partito che non c’è più?
 
«L’idea che in tanti, in tutta Italia, avessero voglia di capiire meglio quella storia, sia attraverso gli articoli che con il catalogo,  ma anche attraverso le domande e curiosità che mi sono state sollecitate spesso nelle mie conferenze in giro per il territorio nazionale. Ma mi piace ricordare che la mostra ha anche ospitato una scuola di formazione poltica per giovani voluta dalla Fondazione An: le nuove leve hanno potutro apprendere nozioni di buona politica nel contesto più adatto, tra immagini di Almirante e dei leader missini e documenti e filmati originali che testimoniano orgogliosamente quella storia». 
 
Che eredità lascia la mostra per il futuro poltico della destra?
 
«Credo sia indispensabile che ogni forza politica che non voglia morire debba essere collegata al suo passato: è chiaro che c’è uno scarto enorme tra quello che era il Msi e quella che è la destra attuale ma l’obiettivo non deve essere quello di far rinascere il vecchio partito, queste sono assurde semplificazioni: la destra, però, non deve cancellare la sua storia o metterla in una teca, ma può appoggiare i suoi progetti poltiici sulla memoria di quello che è stato, sottraendolo agli archivi polverosi e dandole un futuro. È quello che ci chiedono i vecchi e i nuovi militanti di destra».