La Cassazione conferma: ergastolo per Sabrina e Cosima. Il giallo in 10 tappe

Sono passati sei anni e mezzo dall’omicidio della 15enne Sarah Scazzi: e oggi, con la sentenza della Corte di Cassazione, che ha appena confermato gli ergastoli per Cosima Serrano e Sabrina Misseri, madre e figlia, condannate in Corte di Assise e in Appello per l’omicidio della ragazzina di Avetrana, rispettivamente nipote e cugina delle due imputate, si chiude il cerchio processuale. Al di là delle sentenze che ormai additano inappellabilmnete le due donne come le assassine della povera Sarah, fuori dal perimentro giudiziario e dalla verità giuridica restano i dubbi sul perché di quell’atroce delitto che tre gradi di giudizio e un lungo dibattimento mediatico non sono riusciti ad individuare con precisione.

E allora, rivediamo quali sono stati i protagonisti e quali le tappe che hanno portato alla sentenza della Suprema Corte.

1) Sarah è una quindicenne di Avetrana che studia all’alberghiero: e un caldo pomeriggio d’estate, il giovedì 26 agosto per l’esattezza, quando la ragazza esce di casa per andare dalla cugina Sabrina Messeri con cui avrebbe dovuto recarsi al mare.

2) Ed è esattramente nei 600 metri che Sarah deve percorrere che la ragazzina sparisce nell’arco di 12 minuti: in un assolato pomeriggio d’estate come tanti, quando le strade sono deserte e assolate.

3) La cugina Sabrina – che fa l’estetista – dichiara di aspettarla a casa fino a quando decide di andare a cercarla perché ormai il ritardo si è fatto ormai preoccupante. «È stata rapita», comincia a dichiarara la giovane Misseri ai microfoni dei tg regiuonali, prima, nazionali, poi. E invece, dopo settimane di bugie e dirette tv, pellegrinaggi in via Deledda dove vive la fasmiglia Misaseri e dove, si scoprirà poi, la piccola Sarah è stata strangolata, la verità comincia a èrendere forma.

4) Lo zio della vittima, Michele Misseri, confessa il delitto: viene arrestato. Esaminato psicologicamente. Torchiato dai magistrati inquirenti e, finalmente, confessa: a uccidere è stata la figlia. Poi, tra testimionanze ingannevoli, depistaggi, indagini e ricostruzioni, (l’arma del delitto, individuata in una cinta, forse una corda, non verrà mai trovata), Misseri confessa il luogo in cui ha occultato il cadavere della nipote: è in fondo a un pozzo, non lontano dal luogo del delitto, gettata lì dallo zio Michele Misseri, che nella tarda serata del 6 ottobre, crollato dopo quasi 10 ore di interrogatorio incalzante, confessa e denuncia se stesso. Per lui, però, alla fine di lunghe indagini e di riscontri, la prima sezione penale della Cassazione conferma “solo” la condanna ad 8 anni per concorso in soppressione di cadavere.

5) Michele, accusando la figlia, fornisce anche il movente del delitto: la gelosia. Sabrina e Sarah si erano infatti invaghite dello stesso ragazzo, Ivano Russo, e per lui avevano litigato il 25 agosto, la sera prima del delitto.

6)  I parenti della vittima, più della stessa madre di Sarah, Concetta Serrano che da subito punta il dito contro la famiglia della sorella Cosima, sono sempre in tv a fare appelli: soprattutto Sabrina che, con un fazzoletto sempre stretto in mano, pronta ad asciugare le lacrime che le rigano copiose il volto, racconta piangendo davanti alle telecamere il suo rapporto con la cugina.

7) Poi, nel complicato intrigo di bugie e depistaggi, sulla scena dell’omicidio di Sarah debuttano anche altri personaggi, tutti legati a lei da vincoli di parentela, più o meno prossimi. Il 23 febbraio 2011 vengono arrestati così Carmine Misseri e Cosimo Cosma, fratello e nipote di Michele: i due sono accusati di concorso in soppressione di cadavere: per gli inquirenti avrebbero aiutato Michele Misseri – loro zio – a occultare il cadavere della povera Sarah. 

8) Omertà, contraddizioni e bugie ricorrenti caratterizzano questa lunga ed estenuante ricerca della verità: una dimensione popolata di personaggi minori che prima denunciano, poi ritrattano, poi confermano ancora: come nel caso del fioraio Giovanni Boccolieri, che in un primo momento confessa di aver visto la zia Cosima rincorrere Sarah in fuga e obbligarla a risalire in automobile; poi però smentisce se stesso e cambia versione, sostentendo: «Mi sono confuso, è stato solo un sogno»…

9) Sulla scena irrompono i diari di Sarah e lo scambio di sms con la cugina. Per i pm, allora, il delitto è stato «l’apice di una situazione di tensione mista ad ira» perché «se Cosima è uscita e ha preso l’auto per riprenderla vuol dire che era necessario impedire che Sarah tornasse a casa e raccontasse le ragioni del litigio e di tutto ciò che era accaduto in casa Misseri. Qualcosa di grave, legato allo stato di tensione tra le due cugine». Un movente scabroso da nascondere: anche arrivando a uccidere.

10) Il 20 aprile 2013 Sabrina e Cosima, che nel frattempo sono detenute nella stessa cella, vengono condannate all’ergastolo. Il pubblico in aula arrivato numeroso – quanto le telecamere – ad assistere alla lettura della sentenza, applaude: Sarbrina scoppia in un pianto a dirotto, la madre Cosima rimane invece impassibile e rivolta alla figlia le dà una strigliata dicendole: «Perché piangi? Tanto lo sapevamo». A Michele, che ne frattempo era più volte tornato ad accusarsi del delitto, abbandonato da tutti che hanno smesso da tempo di credergli (il suo avvocato compreso), vengono inflitti 8 anni; per i due complici che l’hanno aiutato a occultare il corpo di Sarah la pena è invece di 6 anni. Poco più di due anni dopo, il 27 luglio 2015, i giudici d’appello confermano le condanne. Oggi, infine, 21 febbraio 2017, la sentenza ultima della Cassazione ribadisce: ergastolo per Sabrina e Cosima, le assassine della povera Sarah. Non solo: anche per Michele Misseri la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto anni per concorso in soppressione di cadavere. Per effetto di questa sentenza l’uomo, che continua strenuamente ad accusarsi di essere l’unico responsabile del delitto, dovrebbe tornare in carcere dove ha trascorso diversi mesi di detenzione dal 6 ottobre del 2010, la sera in cui fece ritrovare agli inquirenti il corpo della nipote 15enne in un pozzo nelle campagne di Avetrana, in provincia di Taranto, alla tarda primavera del 2011, quando venne scarcerato perché nel frattempo aveva chiamato in correità la figlia Sabrina e poi l’aveva accusata di essere l’unica responsabile dell’omicidio, salvo poi ritrattare tutto e tornare ad accusarsi scagionando la moglie, che in realtà non ha mai chiamato in causa, e la figlia. L’uomo per diverso tempo è stato sottoposto all’obbligo di firma.